Dicerie

Dicerie vanno, che avanzano ipotesi su te:

e dubbi, che ti cancellano.

I pigri e i sognatori

diffidano del proprio stesso ardore

e vogliono che i monti diano sangue:

altrimenti no, non hanno fede in te.

Ma il volto tu, lo abbassi.

Alle montagne tu potresti recidere le vene

come prova di un giudizio di potenza;

ma non è ai pagani che tu

tieni.

Tu non vuoi questionare con gli scaltri,

né cercare l’amore della luce;

non è ai cristiani che tu

tieni.

Non t’importa nulla di chi chiede.

Le delicatezze del tuo viso

Tu le offri a chi sa sopportare.

Rainer Maria Rilke

 

 

Ho iniziato questo libro senza alcuna idea o indizio sulla sua narrazione per cui ho letto la prefazione, cosa che praticamente salto regolarmente come prima cosa …

L’autrice è stata presidente del WWF, giornalista per la nota rivista Airone e presidente dei Verdi , laica, femminista e non non certo amante della spiritualità o religione cattolica, per cui la sua esperienza con l’arcangelo Michele mi ha subito seriamente incuriosito.

Cito due passaggi della sua prefazione (nel libro infatti ne segue un’altra di Guido Ceronetti) che ho trovato convincenti per affrontare la lettura:

‘Sembra essere l’Arcangelo la guida e il fulcro (o comunque uno dei principali promotori) di un processo planetario già in corso, teso a favorire un salto di qualità della coscienza collettiva, un passaggio epocale a dimensioni spirituali più alte e complesse.

Una svolta che probabilmente non riguarderà l’umanità nella sua interezza (troppi segnali indicano infatti una regressione etica e culturale, ci mettono in guardia contro quello che la scrittrice Margherite Yourcenar chiamava ‘l’inverno dello spirito’)ma una minoranza peraltro consistente che si è andata preparando in questi decenni ed è ora pronta a questo innalzamento di vibrazioni energetiche e di stati di coscienza.

Attenzione: non stiamo parlando di eletti e di esclusi, riproponendo versioni rivisitate di un calvinismo di maniera. Ogni essere umano è libero di percorrere questa strada, di abbandonarla, di ignorarla, di compiere un percorso inedito, del tutto personale, a seconda dell’arabesco che la vita di ognuno disegna. E’ una scelta di crescita interiore alla portata di tutti: una delle pochissime, forse l’unica, non mutilata da condizioni sociali ed economiche vacillanti o negative’.

*

‘La nostra epoca ha bisogno di ‘intelligenze calde’, capaci di parlare al cuore e alla mente e non di ‘intelligenze fredde’, che tengono quasi separate le due sfere e prediligono tattica e calcolo rispetto a strategie alte e ad alte visioni del mondo (ne ho incontrate molte, di queste ultime, nel mio itinerario di politica).

E’ arrivato il momento, all’inizio di questo terzo millennio, di tentare un dialogo ‘loico’ tra scienza e tradizione spirituale, troppo a lungo ritenute in conflitto ( e spesso lo erano e lo sono, quando male interpretate come ‘verità rivelate’ o dogmi irrigiditi, mentre rappresentano due piani diversi della conoscenza, in grado di completarsi).

Insomma, è giunta forse – almeno lo speriamo – l’epoca della ‘conoscenza che ha un cuore’, come dicono gli indigeni dell’Amazzonia.

Il terzo elemento cruciale riguarda la differenza tra forza e violenza, che l’iconografia di Michele svela con esemplare chiarezza.

Tutte le statue , i dipinti, le immagini dell’Arcangelo ce lo rappresentano infatti nell’atto di vincere il Male, ovvero il povero diavolo accasciato ai suoi piedi. Ma Michele non trasuda ira e furore mentre adempie alla sanguinante bisogna; non c’è traccia di grand-guignol o di melodramma nei suoi ‘ritratti’.

Al contrario, Michele sembra pensare ad altro, tiene a bada Satana con noncurante disinvoltura, quasi con leggiadria:neppure uno sbaffo di demoniaca sozzura tange il suo volo alto e sereno … La sua spada non si sporca di sangue, la sola vista dell’arma angelica basta a vincere il nemico.

 

Perdonare non è ignorare, ma trasformare

Il perdono è la notizia quotidiana di cui avrebbe bisogno il mondo: ce lo ricorda il Vangelo odierno in cui Gesù invita Pietro a perdonare il fratello che commette colpe contro di lui fino a settanta volte sette, cioè sempre. Ma cosa è il perdono? Ripercorriamo la catechesi di Benedetto XVI sull’argomento in questo servizio di Sergio Centofanti.

“Nulla può migliorare nel mondo – afferma Benedetto XVI – se il male non è superato.

E il male può essere superato solo con il perdono.

Certamente, deve essere un perdono efficace. Ma questo perdono può darcelo solo il Signore.

Un perdono che non allontana il male solo a parole, ma realmente lo trasforma”:

“Perdonare non é ignorare ma trasformare: cioè Dio deve entrare in questo mondo e opporre all’oceano dell’ingiustizia un oceano più grande del bene e dell’amore”.

(Vespri ad Aosta, 24 luglio 2005)

“Non c’è giustizia senza perdono” – ricorda il Papa – ma nello stesso tempo

“il perdono non sostituisce la giustizia”

e non significa “negazione del male”

né deve far venire meno la “denuncia della verità del peccato”.

Il concetto di perdono nel cristianesimo fa nascere “una nuova idea di giustizia” che non si limita a punire ma riconcilia e guarisce di fronte ai contrasti nelle relazioni umane, spesso anche familiari, dove “siamo portati a non perseverare nell’amore gratuito, che costa impegno e sacrificio”:

“Invece, Dio non si stanca con noi, non si stanca mai di avere pazienza con noi e con la sua immensa misericordia ci precede sempre, ci viene incontro per primo”.

(Udienza generale, 30 maggio 2012)

Perdonare settanta volte sette – dice Gesù – perché anche noi abbiamo bisogno di essere perdonati sempre, anche se non lo percepiamo:

“Gesù … ci invita al difficile gesto di pregare anche per coloro che ci fanno torto, ci hanno danneggiato, sapendo perdonare sempre, affinché la luce di Dio possa illuminare il loro cuore; e ci invita a vivere, nella nostra preghiera, lo stesso atteggiamento di misericordia e di amore che Dio ha nei nostri confronti:

«rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori», diciamo quotidianamente nel «Padre nostro»”. (Udienza generale, 15 febbraio 2012)

Fonte, QUI.

Cammino

Abbiamo rivissuto il percorso compiuto andando in pellegrinaggio al Kailāsa; ora, dalla cima raggiunta, non si vede altro che un orizzonte infinito in un cielo illuminato da un tramonto pieno non di attesa di un’aurora futura, ma di una bellezza del presente.

Non c’è più cammino. Non ci resta che guardare in alto – ma allora sentiremmo il rimprovero degli angeli come accadde agli uomini di Galilea. Non possiamo quindi che volare.

R. Panikkar