Rilke sentiva di essere un corridoio, attraverso il quale passavano esperienze, accadimenti, scene reali che lo confutavano, rendendolo irreale, distaccato: spettatore ammirato, estasiato dalla possibilità di elevare a sogno, a divinità, a eternità ciò che in realtà era quotidiano, umano, mortale.

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Lontano da una casa propria, lontano dagli affetti, dagli amori, persino lontano dalla Storia, il sommo Poeta, è vicino soltanto al suo intimo sentire, a quella percezione del visibile e dell’invisibile che per lui è tutto; lui che non ha quasi cultura, che stenta negli studi perché non possiede ‘la chiave’, non ha in sé le ‘istruzioni per l’uso’ e tutto ciò che faticosamente riesce a leggere facilmente dimentica, al quale ‘solo le cose parlano’, disperdendolo continuamente.

Egli non riesce a fare di questi mille rivoli un fiume che scorra entro i limiti di un alveo, se prova a vivere come tutti gli altri, ma nel momento in cui scrive allora è facile per Rilke essere un torrente in piena e trascinare verso il mare la meta di tutti i fiumi, i pesanti massi delle cose che accadono, delle esperienze, dei dolori. Non solo del singolo e solitario uomo Rilke ma dell’intera Umanità.

Egli vive e scrive come crocifisso, avendo intorno a sé angeli che lo incalzano, lo sorreggono, lo incitano, lo aspettano a braccia aperte sulla soglia luminosa, facendogli cenno di avvicinarsi senza timori né riverenze, ma con intima e profonda gioia, con tenera fiducia fanciullesca.

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Dalla prefazione di Engellieder

a cura di Cappelli Millosevich e Alessandro Paronuzzi.

 

Se canti un dio,

questo dio ti ricambia col suo silenzio.

Ognuno di noi s’incammina

verso un dio silenzioso.

L’impercettibile scambio

che ci dà un fremito,

è l’eredità di un angelo

che non ci appartiene.

Rainer Maria Rilke

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