La settimana scorsa in una libreria rivendita di edizioni locali, ho trovato inaspettatamente un libricino di un’altra casa editrice, scritto da una mia ex insegnante del liceo, vinta dalla curiosità e sinceramente anche dal titolo :) l’ho subito acquistato …. e letto.

Il ricordo di questa insegnante è ancora vivo nonostante la sua persona fosse come di appendice, una donna serissima, silenziosa e quasi assente, ricordo che camminava rasente i muri come a voler cancellare la sua presenza , ma di lei si percepiva un vissuto sofferto … oserei, un lavorio silente interiore.

Infatti, molti anni dopo la maturità, scoprii che aveva un’unica figlia che allevava da sola, affetta da tetra paresi spastica e il suo silenzioso tormento ebbe subito una ‘collocazione’.

Questo libretto autobiografico, narra dell’amicizia tra l’insegnante e una suora che sta attraversando una grande prova, suggellato dalla presenza della bimba dell’insegnante, Isabella.

‘Le due donne, pur profondamente diverse, hanno bisogno l’una dell’altra e si prodigano, con la tenerezza più dolce, per Isabella, la bambina che necessita di attenzioni e di un affetto non basato sui canoni comuni’.

‘Il libro è come una serie di quadri in esposizione, illuminati e accordati da un raggio di luce sottilissimo ma efficace: il dono di se stessi, l’amore puro, e fa gustare la riconquistata aria di libertà, di amore, di vita nell’accettazione del destino drammatico di Isabella, che potrebbe essere senza speranza, un destino accolto in modo stereotipato dall’ambiente che circonda le due donne’. (Giorgio Borghetti)

Mi ha profondamente toccato , anche il suo raccontarsi, avendo conosciuto quanto fosse schiva e restia alla relazione umana; credo che abbia maturato grandi cambiamenti di grazia interiori che ha condiviso, senza pretese.

Un sentito ‘grazie’ che sento avere risonanze moltiplicate.

Lascio uno stralcio del libro, edizioni Segno, che titola PREGHIERA.

L’autrice è Ivana Brusati.

Preghiera

‘Signore, se la sua sofferenza

è intollerabile,

si affidi alla parola’.

Jean Genet

Un giorno come tanti. Niente di più falso.

Nessun giorno è come tanti. Forse nemmeno quando la catena sembra snodarsi, uguale, senza fine, o meglio, senza attese, se non quelle della fine.

Qualcosa succede sempre, dentro di noi, nel fluire chimico-fisico della vita, o fuori, in quel reticolato di fili invisibili, che tutto avvolgono impercettibilmente, trasmettendosi scosse o vibrazioni, le cui onde possono giungere fino a noi anche da molto lontano.

No, non era un giorno come tanti. Davanti a me avevo una persona che stava soffrendo ed io ero coinvolta in una estraneità-partecipazione che mi turbava.

[..]

Immaginavo come battesse il cuore di lei in questa terribile attesa, quale tumulto di pensieri, spasimi, paure la attanagliasse. O forse non potevo immaginare, non di tutti è il dono prezioso di sapersi immedesimare negli altri, ricreare in sé i loro stati d’animo. Riuscivo solo a concepire quest’attesa come quella inquieta e nervosa che si prova prima di una partenza, prima di entrare nello studio di un medico, prima di un verdetto. Ma certo altra doveva essere la condizione di spirito di suor Annita. Questa non era una svolta nella sua vita, perché essere ad una svolta della vita significa attendersi comunque ancora qualcosa. Ma se una persona ha ben poco da attendersi quando è ‘collocata a riposo’ (l’espressione scivola liscia- seduzione della parola-,come l’olio su un fondo pieno di grinze), perché i cosiddetti ‘limiti d’età’ sbarrano la strada più che aprirne un’altra, e se si continua a camminare, benché ai margini, sul ciglio (e poi, è proprio un camminare? O non è piuttosto un tapis roulant che scorre sotto i piedi, mentre la persona resta ferma, fermissima?), per suor Annita non si trattava solo di questo: per lei il ritiro dalla vita attiva non era solo qualcosa che si rompeva: non c’erano briciole da raccogliere. Si trattava di ricostruirne un’altra, virtuale forse, comunque un’altra.

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