Caro Izet,

sono seduto davanti all’ingresso di casa e sul campo

sta fiorendo il mandorlo.

Quando si è alzato il sole sono uscito sul campo e ho preparato l’acqua di calce per disinfettare il tronco degli alberi. D’inverno, quando il tempo è secco, è una buona cura per togliere i parassiti al legno.

In primavera gli alberi ringraziano.

Poi ho riacceso il camino. Poi ho scritto una lettera a Ovidio Bompressi, il mio amico in carcere, e gli ho raccontato il mandorlo.

Un anno fa lui entrava in cella con la fioritura, ora il bianco dei petali è tornato e lui è sempre lì piantato come un albero.

Le città scrivono sulle facce dei cittadini, anche poco, una parola sola.

Per esempio su quella di Vojka, Sarajevo ha scritto solamente: ‘Aspetta’. E lei ha obbedito mantenendo la sua bellezza sotto i capelli bianchi, per ordine di una città che le nega il diritto d’invecchiare.

Sulla tua ha voluto scrivere alla russa ‘źmi’ (‘stringi’) ed è venuto fuori il tuo sorriso. Se ti avesse detto di sorridere tu l’avresti mandata al diavolo.

Ma la città non voleva quello da te, voleva invece i versi di uno che non si è fatto sradicare dal campo, voleva i versi di assedio, di concime per i fiori di gennaio: perché il mandorlo sei tu, Izet.

Tuo Erri

Erri De Luca – Izet Sarjlić

Lettere fraterne

Libreria Dante & Descartes