Così li dissi; e poi che mosso fue,

intrai per lo cammino alto e silvestro.

Una seconda partenza, una seconda decisione. Che cos’è successo?

Perché bisogna prendere di nuovo la decisione che era già stata presa?

Il secondo canto, da questo punto di vista, è assolutamente fondamentale: prosegue il ragionamento del primo, come se Dante volesse proprio chiarire fino in fondo le condizioni alle quali questo viaggio è possibile.

Condizioni personali, ma anche condizioni, starei per dire, esterne.

Bisogna insomma che qualcosa accada. E questo canto è la descrizione di cosa accade all’uomo e di che cosa l’uomo deve rispondere di fronte a ciò che accade perché il viaggio della vita possa essere intrapreso da protagonisti, la vita possa essere degna di essere vissuta.

Dante dunque ha appena deciso che si parte; ma mentre noi ci aspetteremmo di andare subito a vedere che cosa succede, ci sono invece questi sei versi straordinari, che bisogna mandare a memoria. E’ come se Dante sospendesse quella decisione. E’ sera.

Lo giorno se n’andava, e l’aere bruno

toglieva li animai, che sono in terra

da le fatiche loro; e io sol uno.

‘L’aere bruno/ toglieva li animai che sono in terra/ da le fatiche loro’: l’avvicinarsi della sera induce uomini e bestie a rientrare dai campi, si torna a casa, fa buio; la sera è per definizione il momento in cui uno fa i conti con se stesso, si guarda un po’ dentro, si guarda in faccia. In questo fare i conti con se stesso Dante si rende conto di aver detto un sì ancora troppo inconsapevole; e improvvisamente è come se si spaventasse, perché si accorge di che cosa si tratta. Ed erompe in un grido straordinario:

… e io sol uno

m’apparecchiava a sostener la guerra

sì del cammino e sì de la pietate,

che ritrarrà la mente che non erra.

Improvvisamente Dante capisce che quella che si appresta a fare non sarà una passeggiata: la vita non è una passeggiata.

La vita degli uomini, dicevano gli antichi, militia est: è una battaglia la vita, è una guerra. Ma contro chi, contro che cosa?

Una battaglia con se stessi, contro il proprio male, contro la propria vigliaccheria, la propria arrendevolezza, la propria miseria. Ci vuol coraggio per vivere la vita.

Dante è come se avesse improvvisamente la percezione che quello che è chiamato a vivere è veramente una responsabilità enorme. E lo dice con quella straordinaria terna di termini secchi, brevissimi, ‘io sol uno’: tre termini fulminanti, a dire un sentimento di solitudine. Ma non solitudine perché son da solo (c’è la compagnia decisiva di Virgilio, l’abbiamo visto); solitudine nel senso che tocca proprio a me: devo rispondere veramente io!

Devo rispondere alla chiamata della vita, alla vocazione della vita: perché tutta la realtà chiama a rispondere, tutta la realtà è come se chiamasse, attraesse l’uomo a sé e gli chiedesse di prender posizione.

Vocazione, cioè chiamare, e responsabilità, cioè rispondere:

questa è la dinamica con cui l’uomo entra nel reale, entra nella vita.

Dante si spaventa di questo, della vita come vocazione, come responsabilità.

Si spaventa perché tutto d’un colpo lo sente con una decisività, con quella determinazione con cui tutti – prima o dopo, presto o tardi – abbiamo sentito, almeno una volta: ‘tocca a me’, con un sentimento di gravità, come se per un attimo tu avessi l’impressione che dal tuo sì o dal tuo no o dalle scelte che farai dipendesse il destino del mondo.

Come se per un istante fosse chiaro quel che diceva un volantino che ho visto tempo fa, ‘le forze che cambiano la storia sono le stesse che cambiano il cuore dell’uomo’: è come se per un istante avesse la percezione che dal suo sì o dal suo no dipendesse la salvezza del mondo; e guardate che è così.

Franco Nembrini

Dante, poeta del desiderio

Edizioni Itaca

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