Le riflessioni apocalittiche del filosofo dopo l’acquisto del suo primo cellulare: la corsa a modelli sempre più nuovi spinge l’umanità nel baratro

Cellulare, l’argomento è dei più scabrosi, e importa a tutto il mondo, come l’acqua o la guerra.

L’esperienza che ne ho è recentissima, l’apparecchio che ho comprato, con l’aiuto di un amico, è dei più semplici, i giovani lo disprezzerebbero, e devo dire che un simile labirinto non avrei potuto, standone fuori, immaginarlo. Quando, manovrando o più spesso inaspettatamente, leggo «Spegni» mi sento come Jean Valjean che trova finalmente l’uscita dopo la sua famosa traversata di Parigi nell’ umbra mortis delle fogne.

Nulla, dell’universo tecnologico, è assente dal cellulare.

Mancarne, è crisi di astinenza.

Provatevi a toglierne l’uso per una settimana a una donna giovane e apparentemente libera:

una detenuta rimasta senza droga ne soffrirebbe meno.

E io penso, su queste scogliere perfide di vecchiaia (più temuta, credimi, che desiderata), che sia stato, inoltrarmi sempre e quanto inutilmente soltanto nella natura umana, un errore da espiare. La natura umana è labirinto di cellulare col numero dell’infinito.

No, l’etologo avrei dovuto fare, invece di imbrattarmi nell’etica brutale e sofisticata dei comportamenti umani; la mia fine sarebbe più serena, senza l’umanità come incubo spettrale, patria di tutte le paure.

Humanitas , Dio mio! Anche di botanica avrei fatto bene a occuparmi, anche di farfalle, di formichine rosse e nere…

Ma sono invecchiato senza saper dare un nome alle piante, mi allarga il cuore il canto di ogni uccello, ma come distinguere, nominando i nominabili, il fringuello dal pettirosso, la cinciallegra dal cormorano? Appena distinguo da tutti lo straordinario accento dei piccoli rapaci notturni, bellezza musicale delle foreste, che l’uomo stermina per far posto ai suoi insediamenti antropici di turpitudine.

Ma oggi il cellulare ha invaso il paesaggio sonoro della città e nelle case, una sinfonia di avvertimenti che sfrutta tutte le sonorità possibili: Mozart, il rutto, Wagner, la marea, il gemito sessuale, l’Urlo di Munch, il kalashnikov, la Toccata e Fuga, la locomotiva a vapore, il Leone della Metro, la sega elettrica, fino al Big Bang…

A uno suonano le campane di Westminster, a me il Sogno d’Amore di Liszt, ad altri il martello pneumatico, la Danza Ungherese tzigana, le cascate del Niagara, il gallo di San Pietro, i mulini ad acqua, le piogge yucateche, il vociame delle stazioni, i cori dei tifosi, il masticare dei morti nei tumuli delle leggende vampiriche. E mettici insieme il basso continuo smisurato del traffico diurno e notturno, delle autostrade, la polka delle mandibole dove si mangia… Sai cosa mi piacerebbe?

Un cellulare discretissimo che avvertisse il sentimentale Utente con il passo che «sfiorava l’arena» mentre «lucean le stelle», il passo di Tosca la pucciniana che va a farsi «sciogliere dai veli» dal bollente pittore Cavaradossi, bonapartista inviso al potere pontificio…

Ma a chi potrebbe toccare un simile sussurro di privilegio? A un burocrate eunuco, a una casalinga da carrello…

Di modello in modello, il cellulare degenera per la sua insaziabilità di offerta, che è insaziabilità di attrarre, di mangiare i servizi offerti in un ciclo ininterrotto di un nutrimento senza scorie di ascolti-parlati, visti-atti registrati e controllati, via via meno utili.

Un nano che si sazia, sentenza Baltasar Gracián, ha fame da gigante.

Il cellulare è una pulce che ha uno stomaco da elefante.

Lo smartphone è un baratro senza fondo in cui l’Utente (l’essere, l’anima umana), una volta catturato, precipita senza fine.

Guido Ceronetti

Corriere della Sera

[Immagine Todd Davidson]