In linea con lo spirito di Bonaventura, Tommaso d’Aquino, in un sermone composto per l’Avvento, scrive:

Dio, in qualità di maestro eccellente, si è preoccupato di lasciarci due testi perfetti per portare a compimento la nostra educazione in un modo che non lasci a desiderare. Questi due libri divini sono il Creato e la Sacra Scrittura.

La prima opera contiene tanti eccellenti capitoli quante sono le creature, e ci insegna la verità senza menzogna. Perciò, quando un tale chiese ad Aristotele dove avesse imparato tante nobili verità, egli rispose:

‘Nelle cose, poiché esse non sanno mentire’.

‘La terra non mente’: quest’espressione si trova già in Tommaso e in Aristotele, prima che altri la riprendano facendone talvolta cattivo uso.

L’insegnante invece, essendo peccatore, può mentire e ancor più può sbagliare, disponendo solo della fallibile ragione umana, la più debole nella scala delle intelligenze. I nostri ecolatri che si rimpinzano avidamente di ogni sorta di sapere libresco, rischiano di sprofondare in un’ignoranza tanto più crassa e speciosa quanto più è grande la loro erudizione:

un professore può essere in errore e restarvi per tutta la vita; può massacrare mille, diecimila intelligenze e, conservare ugualmente un incarico prestigioso, per poi ricevere una cospicua pensione. Ma se il contadino sbaglia due volte di seguito la semina, è rovinato.

Ecco l’origine di quello che viene chiamato ‘buon senso contadino’: l’agricoltore sa che esiste una natura delle cose, e che essa non potrà mai essere modificata’.

In realtà il professore incorre in una rovina peggiore, benché meno visibile, di quella del contadino: la rovina della sua anima.

Ciò non toglie comunque che il buon senso contadino sia più solido delle elucubrazioni cerebrali degli accademici, ed è su di esso che devono fondarsi le più elevate speculazioni metafisiche, e perfino la contemplazione mistica, perché poggia sull’ordine terreno voluto dal Cielo.

‘Imita la terra – dice Basilio di Cesarea – e porta frutto come lei; non mostrarti peggiore di colui che è privo di spirito’.

E’ quanto ci insegna l’Altissimo, il quale, nelle sue parabole, fa costantemente riferimento ai lavori dei campi, alla semina, alla mietitura, ai convolvoli e ai passeri, e paragona il cuore dei santi alla ‘terra buona’ (Marco 4,8) in cui fruttifica il seme della Parola.

Inoltre, Egli assimila il Regno dei Cieli a un tesoro nascosto in un campo, che viene scoperto da un uomo. Ora, che cosa fa quest’uomo? Sparisce e va a spendersi il tesoro? No, ‘ lo nasconde; poi va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo’ (Matteo 13,44).

Ecco come il nostro spirito può disseppellire la luce dal fango di cui siamo fatti, e non per portarsela via, ma per seppellirla di nuovo e farla risplendere maggiormente. Lo testimonia una contemplativa che si offrì volontariamente a una delle croci più oscure della nostra storia:

‘A poco a poco ho scoperto che anche nella vita contemplativa non deve essere reciso il legame con il mondo.

Credo anche che più ci si avvicina a Dio, più si deve in un certo senso uscire da se stessi, cioè immergersi nel mondo per portarvi la vita divina’. (Edith Stein)

Non per nulla il grande teologo noto come il Doctor Angelicus fu definito il ‘bue muto di Sicilia’.

E’ lasciandosi ammaestrare dalla terra, umiliandosi alla luce della ragione e della fede che ci si slancia verso le altezze supreme.

Non c’è bisogno di viaggi innumerevoli: ne basta uno solo, nella profondità.

Fabrice Hadjadj

La terra strada del cielo

-Manuale dell’avventuriero dell’esistenza-

Edizioni Lindau

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