Però nessuno prima di Mosè, né dopo, chiederà a Dio il nome. L’evento che qui si compie è e resterà inaudito.

Dio a domanda risponde: ‘Sarò ciò che sarò, di’ così ai figli d’Israele, Sarò mi ha mandato  a voi’.

E’ il verso 14 del capitolo 3° del libro dell’Esodo.

Santi, eretici, teologi si sono inchiodati su questo passaggio. Da qui non si può tornare indietro, né si può proseguire aggirando il testo: ogni traduzione connota un’idea di Dio, poiché qui egli risponde col suo nome.

Come in un punto difficile di una scalata ci si può affidare solo a se stessi e alla nuda roccia, oppure aggiungere artificialmente qualche appiglio piantando chiodi, utilizzando staffe per issarsi oltre.

Le Bibbie traducono: ‘Io sono ciò che sono’.

Questo non corrisponde alla lettera del testo.

E’ traduzione che devia dal tracciato e dalla difficoltà, è un passo superato ‘in artificiale’. Qui si tratta del nome che Dio dà di sé: intenderlo alla lettera non è scrupolo di pedante, ma condizione per partecipare dell’intenso legame che si stabilisce tra Dio e Mosè.

Bisogna superare il passaggio affidandosi al sostegno del solo testo:

per esaurire l’accostamento alpinistico, passare ‘in libera’ sul duro verso quattordici significa sopportare una diversa lettura.

‘Sarò ciò che sarò’: non è una risposta sprezzante, come può apparire a prima vista, del tipo : fatti i fatti tuoi.

Invece Dio qui riprende e ripete per sé la definizione data a Mosè che esordiva chiedendo: ‘Chi sono io?’ Sarò con te (eiè immac): quel medesimo Sarò (eiè) ritorna in : ‘Sarò ciò che sarò’ (eiè ascer eiè).

Non è più solamente il Dio dei padri e del passato, ma è il Dio del futuro che a Mosè si dichiara.

Quale annuncio per lui: il Dio che gli ha dato il ‘Sarò con te’ in dote di identità, ora definisce se stesso ‘Sarò’ due volte, ‘Sarò ciò che sarò’.

Il re dei re, il cantico dei cantici; la grammatica ebraica fa a meno del superlativo e affida alla ripetizione l’effetto equivalente di elevare a potenza un nome, di rafforzare un verbo. Conferma delle conferme è quel nome di Dio, superlativo divino dell’uomo Mosè.

Come nel sogno il raddoppio vale a ribadire l’evento e annunciarlo imminente, così, nel nome rivelato al suo eletto, Dio pone sigillo all’impresa da compiere insieme.

La sua continua presenza permetterà l’esito dell’enorme missione : liberare un popolo di schiavi e farne una nazione.

‘Sarò ciò che sarò’ è il titolo di un Dio che si è schierato a fianco del suo eletto, assumendone anche il nome.

Tradurre il passo con : ‘Io sono ciò che sono’ cambia le parole in bocca a Dio e ignora il passo più emozionante della rivelazione, il raddoppio del ‘Sarò’ che per Mosè diventa un nome in comune tra Dio e lui.

Non risponderà in alcuna altra parte della Bibbia.

Dei molti titoli, dei molti modi con cui la Scrittura indica Dio, quello non tornerà. Oltre ogni comprensione, quel predicato doveva rimanere unico.

Erri de Luca

Una nuvola come tappeto

Feltrinelli