Gioia è la prima parola. La seconda ha in sé il perché della gioia:

sei piena di grazia.

L’angelo lo dice con un termine  nuovo, che non era mai risuonato nella Bibbia o nelle sinagoghe, così inusuale da turbare profondamente la ragazza di Nazaret: kecharitomene, participio passato di un verbo che disegna il chinarsi amoroso di Dio, il suo venire che porta pienezza di vita.

Maria ne è ‘riempita’, come un vaso capace di Dio, come un’anfora che accoglie e si riempie di un’acqua che non è sua, che viene da altrove.

Per un evento di cui Lei è la parte lietamente passiva.

Non è facile parlare di grazia, forse però ci è di aiuto pensare che dalla stessa radice (charis) derivano parole nella nostra lingua luminose e necessarie: le parole ‘carezza’ e ‘caro’.

La grazia è la carezza di Dio.

Un gesto  che indica tenerezza e non possesso, vicinanza amante e liberante. Ecco il segreto della gioia:

‘Maria, Dio si è chinato su di te, si è dato a te.

Tu Gli hai rubato il cuore e Lui ti ha riempita di Luce.

Ora hai un nome nuovo: amata per sempre.

Teneramente, liberamente, senza rimpianti amata.

Si capisce che Maria sia senza parole.

Quel suo nome è anche il nostro nome: buoni e meno buoni,

ognuno amato per sempre.

Piccoli o grandi, ognuno riempito di cielo.

Maria non è piena di grazia perché ha risposto ‘sì’ a Dio, ma perché Dio per primo le ha detto ‘sì’. E dice ‘sì’ a ciascuno di noi, prima di qualsiasi risposta. Ognuno pieno di grazia, tutti amati come siamo, per quello che siamo. Perché la grazia sia grazia e non merito o calcolo.

Santa Maria è riempita di  grazia non perché santa, senza peccato, fedele, ma perché Dio è venuto, ha bussato, e lei ha aperto. Allo stesso modo anche noi ridiventiamo santi ogni volta che apriamo la porta a quel Dio che è perenne attesa alla soglia del cuore. La santità non è lotta, piuttosto è resa.

C’è come una forma di passività, un aspetto molto femminile, molto mariano, all’inizio della nostra fede: accogliere questo amore d’altrove.

Scrive Paolo : ‘A quanti sono in Roma santi e amati’ (Romani1,7), santi perché amati. Santi di una santità che non è fatta di osservanze e di precetti, che viene prima di ogni nostro comportamento,

una santità pre-etica, pre-morale, originaria. Santi perché amati : è l’amore che santifica. E’ come lasciarsi irradiare dal sole, caricarsi di luce per poi rilasciarla goccia a goccia.

Non la religione ci rende buoni davanti a Dio, ma Dio soltanto; è dalla sua azione che questo dipende. Non il cammino verso Dio, ma il cammino di Dio verso l’uomo, questa è la somma del cristianesimo che Maria insegna.

Non è importante la mano tesa a mendicare, ma il fatto che Dio la riempia: non siamo assolutamente noi e il nostro agire a essere importanti, ma Dio e il suo agire. Il nostro agire lo è soltanto nella misura in cui crea spazio per l’agire di Dio. Che viene portando pace, luce, conforto, portando se stesso.

‘Dio non può dare nulla di meno di se stesso’ (Giovanni Ruysbroek), e ‘dandoci se stesso ci dà tutto’ (Caterina da Siena).

Allora le due espressioni del saluto dell’angelo (piena di grazia, il Signore è con te) si chiariscono reciprocamente:la grazia è la presenza amorosa di Colui che è la sorgente di ogni grazia. Mi pare di sentire un angelo, esperto in umanità, aggiungere ancora: ‘Maria, Dio ti ha guardata e ti ha trovata bella e ora la sua gioia è stare con te. Lo sai Maria, che la felicità viene dai volti amati. Vedi, anche Giuseppe, il suo volto e il pensiero di lui ti fanno felice, ma ora è qui Colui che è il Volto dei volti, e si dichiara.

Gli altri sono soltanto frammenti di quel volto, gocce di luce di quella luce.

Dio ti avvolge con un abbraccio di cui quelli sulla terra sono solo parabola e nostalgia. Sii felice: Dio è qui, e sommuove le intimità più fonde dell’essere.

p. Ermes Ronchi

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