Abbiamo detto che dobbiamo metterci nelle mani di Dio in umile e pura semplicità, mantenendo un assoluto distacco da tutto.
Che cos’è questa umiltà e questa semplicità? Dobbiamo essere staccati da tutto e mai far servire Dio a noi stessi. Dobbiamo amare il nostro nulla. L’anima deve preferire la sua povertà, la sua nullità, piuttosto che desiderare di crescere in virtù per avere maggiori attrattive e più stima.

Anche la virtù può essere una ricchezza che passa.

La nostra perfezione non deve fare da piedistallo al nostro io. Quante volte contaminiamo il nostro amore per Lui con l’amor di noi stessi!


Non è bello desiderare di morire senza avere nessuna fiducia in quello che abbiamo fatto? Trovarci davanti a Dio a mani vuote come l’ultimo peccatore che aspetta misericordia? Non voler essere nulla, amare il nostro nulla: ecco la condizione essenziale per mantenerci in una pura serenità davanti al Signore.

Contentarci di non esser buoni a nulla, amare il nostro nascondimento, non volerne mai uscire per qualunque perfezione interiore, amare quest’oblio puro di sé…

Non pretendere mai che Dio debba servire a noi, alla nostra gloria… Vigilare per non trasferire il nostro orgoglio alla nostra famiglia religiosa. Mantenerci all’ultimo posto anche come famiglia religiosa: è questa la grandezza a cui dobbiamo ambire.
Solo mantenendosi nel nulla l’anima, nella pace, mantiene la sua donazione piena e può star sicura dell’integrità del suo dono. Non tanto il disprezzo (non è sempre un attirare qualcosa a sé, un volere qualcosa?), ma è l’oblio che dobbiamo desiderare per noi.
L’orgoglio è la radice di ogni peccato, è il peccato che ha operato l’immenso disordine di mettere l’uomo al posto di Dio. Perché l’orgoglio non sciupi il nostro lavoro, dobbiamo accettare, amare l’ultimo posto.

Bisogna tendere costantemente ad amare il nostro nulla. Dobbiamo cercare con atto positivo di scendere in questo abisso e di rimanervi. Anche se non è peccato la ricerca della perfezione, quando questa ricerca non è puro amore di Dio è però sempre un ostacolo a spogliarci, a donarci totalmente a Lui.
Discendere… Discendere… Tutto il nostro cammino è discesa.
Fuggiamo le complicazioni di tante anime: nessuna ricerca di noi, ma pura ricerca di Dio. Nessuna contaminazione, nessuna composizione di luce e di tenebre… Nessun offuscamento della luce di Dio! Rimanere nel nostro nulla, nella nostra povertà, nel nostro nascondimento e non volere una santità che ci attiri la stima, che ci tolga all’oscurità che solo ci è dovuta.

Abbiamo timore di togliere qualcosa al dono che si è fatto al Signore. Essere come gli altri, uno degli altri, sia ai nostri occhi come agli altrui. Contentarci di vivere in uno stato insignificante, non solo nel giudizio altrui ma anche nel nostro.

Vivere in un’offerta continua a Dio, in un puro dono di amore, in un oblio grande di sé e di tutti. Il Signore si compiace, più che delle grandi anime, di queste anime sue, piccole, semplici, nascoste. Quanta purezza di amore in certe anime apparentemente insignificanti, ma care agli occhi di Dio!

I difetti stessi che hanno servono a tenerle nascoste, nella luce di Dio.
Desiderando la santità, la vediamo in un alone di luce, di grandezza… No, no.

La santità è in questo scomparire dell’uomo nella luce di Dio. Le apparenze meschine di oggi devono rimanere anche domani. Dobbiamo volere la santità, ma giungervi attraverso le vie di Dio che noi non conosciamo e arrivare alla morte santi sì, ma senza saperlo.
Non dobbiamo mai toglierci dal nostro nulla per nessun fatto interno (contemplazione, estasi…) né esterno (cariche…). Questo è l’unico modo di donarci a Dio con perfetto abbandono.

Anche se dovessimo cader nel peccato, dovremmo essere in pace, non per l’offesa fatta a Dio, ma per la nuova esperienza della nostra miseria, per questo stato di umiliazione in cui ci pone la colpa.

Il Signore misericordiosamente ha permesso le nostre cadute perché non avessimo fiducia in noi stessi, ma l’unica fiducia, l’unico riposo fossero per noi nella misericordia sua.
I nostri peccati ci faranno crescere anch’essi nell’amore di Dio, se accetteremo con amore riconoscente l’esperienza che ci danno della nostra miseria, se faranno più puro il nostro abbandono alla misericordia di Dio. I nostri difetti non devono darci amarezza, ma devono essere accettati serenamente. Quanto sarà bello al momento della morte vedere che sono stati proprio questi difetti che hanno servito alla nostra discesa in quel fondo dove abita Dio, mentre forse le nostre pretese virtù hanno ostacolato col loro peso il nostro cammino al Signore!

E invece abbiamo sempre bisogno di sentire che siamo utili agli uomini e a… Dio.
Quant’è bello questo seppellirci nell’amore di Dio e come diventa possibile a tutti la santità! Scendiamo in questi abissi di umiltà e prendiamovi la nostra dimora. Non vogliamo essere conosciuti, stimati, amati… Vogliamo piuttosto essere ignorati da tutti e anche da noi stessi. Sentirci strumenti inutili, vuoti.
Impegniamoci alla santità, eppur rimaniamo nella miseria in cui siamo. Viviamo in umiltà e semplicità, pienamente disponibili al suo amore, e saremo la nuova umanità che Dio assume, nella quale Egli vive.

 Nella presenza di Dio. Ritiri mensili