All’uscita da un grande libro conosci sempre quel sottile malessere, quel periodo di fastidio. Come se si potesse leggerti dentro.

Come se il libro amato ti desse un viso trasparente, indecente: non si va per la strada con un viso così nudo, con quel viso denudato di felicità.

Bisogna aspettare un po’. Bisogna aspettare che la polvere delle parole si sparpagli nel giorno. Delle tue letture non conservi niente, oppure una frase appena. Sei come un bambino a cui si mostra un castello e che non vede altro che un particolare, un’erba tra due pietre, come se il castello traesse la sua vera potenza dal tremolio di un’erba matta.

I libri amati si mescolano col pane che mangi. Conoscono la stessa sorte dei vivi intravisti, delle giornate limpide d’autunno e di ogni bellezza della vita: ignorano la porta della coscienza, scivolano dentro di te attraverso la finestra del sogno e si intrufolano fino a una stanza in cui non vai mai, la più profonda, la più ritirata. Ore e ore di lettura per questa leggera infarinatura dell’anima, per questa infima variazione dell’invisibile dentro di te, nella tua voce, nei tuoi occhi, nel tuo modo di muoverti e di comportarti. A cosa serve leggere. A niente o quasi.

E’ come amare, come suonare. E’ come pregare.

I libri sono dei rosari d’inchiostro nero, ciascun grano dei quali ti scorre tra le dita, parola dopo parola. E cos’è esattamente pregare.

E’ fare silenzio. E’ allontanarsi da sé nel silenzio. Forse è impossibile. Forse non sappiamo pregare come bisogna: sempre troppo rumore sulle nostre labbra, sempre troppe cose nei nostri cuori.

Nelle chiese non prega nessuno, tranne le candele. Si dissanguano. Consumano tutto il loro stoppino. Non trattengono nulla per sé, danno ciò che sono e questo dono si trasforma in luce. La più bella immagine della preghiera, la più chiara immagine delle letture, sì, sarebbe quella: il consumarsi lento di una candela nella chiesa fredda.

Christian Bobin

~ Mille candele danzanti  ~

Fotografia di Michael Magill