Dal doppio ai centomila o

della frammentazione dell’Io

Moscarda constata, in seguito a una prolungata osservazione allo specchio, le deviazione del naso: ‘Mi si fissò invece il pensiero ch’io non ero per gli altri quel che finora, dentro di me, m’ero figurato d’essere’.

Il problema diventa di primaria importanza, perché una delle situazioni più frequenti per l’uomo è restare solo, il che significa ‘restare in compagnia di voi stessi, senza alcun estraneo attorno’ in quanto, secondo l’acuta definizione dell’Autore, ‘La vera solitudine è in un luogo dove l’estraneo siete voi’.

Ora il dramma diviene quello di stare con un me che non si riconosce più, trovarsi ‘Solo con un certo estraneo ch’ero io stesso: l’estraneo inseparabile da me’. Si instaura così, anche in questo caso, la dinamica del doppio: avevo l’impressione ‘d’andare inseguendo quell’estraneo che era in me e mi sfuggiva’. Dal doppio, il passaggio successivo è quello della frammentazione dell’Io:

‘Ma presto l’atroce mio dramma si complicò: con la scoperta dei centomila Moscarda ch’io ero non solo per gli altri ma anche per me (..) tutti dentro questo mio povero corpo che era uno anch’esso, uno  e nessuno’.

L’alterazione dello schema corporeo nei processi dissociativi si traduce a livello motorio in quegli automatismi, quelle stereotipie, che  denotano il venir meno di un controllo da parte dell’unità dell’Io essendo la mimica non più adeguata al pensiero. Ed ecco le prime, iniziali manifestazioni della follia, riferite dal protagonista come ‘pantomime’, espressioni di ‘meraviglia’, di ‘cordoglio’, di ‘rabbia’, da sorprendere ‘nella naturalezza dei miei atti’. Ma sono queste espressioni finte o vere? La risposta è che ‘esse erano come le vedevo io, non già come le avrebbero vedute gli altri’.

E allora ‘L’idea che gli altri vedevano in me uno che non ero io quale mi conoscevo; uno che essi soltanto potevano conoscere (..) quest’idea non mi diede più requie’. Perduta ormai la tranquillità, si passa alla fase delle verifiche condotte con modalità compulsive, assidue, incessanti su se stesso e sugli altri. Sì, perché si scopre che anche gli altri hanno lo stesso problema; il problema diventa quindi una regola generale. Un amico, ad esempio, non sa di avere ‘nel mento una fossetta che glielo divideva in due parti non del tutto eguali’. Una volta avvertito, eccolo specchiarsi, con malcelata indifferenza, in tutte le vetrine che incontra sul suo cammino e non è difficile immaginare che, per vendicarsi, indurrà un dubbio analogo in un altro amico e questi, a sua volta, in altri ancora sicchè il fenomeno è destinato , in un gioco inesauribile, ad avere ‘una larga diffusione in paese’. La conclusione è una sola: tutti presumiamo  che la realtà sia quella che noi pensiamo, mentre essa è molto diversa. Il problema del doppio si trasferisce ben presto dal piano somatico a quello psicologico e coinvolge innanzi tutto il rapporto coniugale. In analogia con l’esperienza vissuta da Stefano Giogli nella novella citata, quello che per la moglie è ‘il caro Gengè’ potrebbe essere nient’altro che una creatura della sua immaginazione: ‘ella conosceva il suo Gengè più che non lo conoscessi io! Se l’era costruito lei! (..) quel suo Gengè esisteva, mentre io per lei non esistevo affatto, non ero mai esistito’. Le conseguenze si riflettono sul modo di comunicare: ‘Era manifesto che il senso che io davo alle mie parole, era un senso per me; quello che poi esse assumevano per lei, quali parole di Gengè, era tutt’altro (..).

Io dunque parlavo per me solo. Ella parlava col suo Gengè’.

Ne è una prova significativa quella pettinatura che la moglie ha cambiato dopo il matrimonio anche se le è costato un sacrificio, essendo ‘certa certissima che al suo Gengè piaceva meglio pettinata in quell’altro modo’, mentre lui non riesce a convincerla che preferiva di gran lunga quella originale: ‘Tu me lo dici per farmi piacere. Ma io non debbo piacere a me. Vuoi che io non sappia come piaccio meglio al mio Gengè?’.

Il rapporto è destinato a una ben più grave compromissione quando inevitabilmente anche tra i due si insinua il vissuto di gelosia: ‘cominciai a divenire terribilmente geloso non di me stesso ma di uno che non ero io (..) che s’era cacciato tra me e mia moglie (..) appropriandosi del mio corpo per farsi amare da lei’. L’amore che la moglie gli porta assume paradossalmente il sapore di un manifesto tradimento. Cominciano, a questo punto, le ‘pazzie per forza’, una serie di azioni per ‘scoprire tutti quegli altri Moscarda che vivevano nei mie più vicini conoscenti, e distruggerli uno a uno’.

La prima prova Moscarda la fa con Marco di Dio, il poveraccio che suo padre aveva beneficato concedendogli l’uso gratuito dell’appartamento e con il quale aveva sempre intrattenuto un rapporto puramente formale. Decide di sfrattarlo per vedere se, cambiando i parametri relazionali, cambiasse qualche cosa dell’immagine che quell’uomo aveva di lui come ‘figlio dell’usurajo’. Per disporre dei necessari documenti, arriva a sottrarli, anziché chiederli, ai banchieri suoi amici, con un evidente  intento trasgressivo che stravolge tutti  i suoi comportamenti ordinari. Lo sfratto però è organizzato in modo tale che, mentre l’ufficiale giudiziario sta cacciando di casa il malcapitato,arrivi l’annuncio che gli è stata donata, proprio da quel Moscarda che tutti stavano insultando come usuraio peggiore del padre, una grande casa più diecimila lire per l’impianto e gli attrezzi di un laboratorio. Nascosto nell’andito di quella casa, Moscarda attende l’arrivo del suo beneficato per coglierne le reazioni che si compendiano in una sola esclamazione: ‘Pazzo! Pazzo! Pazzo!’, cui fa eco la folla dei presenti. ‘Avevo voluto dimostrare, che potevo, anche per gli altri, non essere quello che mi si credeva’.

In sostanza, tutti gli altri vedono in me che l’Io non percepisce ma che può modificare, e quando esso appare diverso da quello che gli altri si aspettano, la definizione è ‘pazzo’. Rimane sempre aperta tuttavia una diversa possibilità di valutazione del comportamento; per la moglie si tratta di ‘una burla e niente più’, anche se pagata a caro prezzo, una stranezza, un ‘vaporoso e momentaneamente capriccio da innocuo sciocco’ da sistemare sorridendo nella logica di quel suo Gengè che lei domina completamente, i cui compiti principali si riducono all’andare a firmare, qualche carta in banca e a portare a passeggio la cagnetta.

(..)

In sostanza che tipo di follia ci viene presentata nel romanzo? La sua caratteristica essenziale appare coerente con l’assunto relativistico : la follia è uno degli aspetti relativi all’esistenza, quindi variamente interpretabile; una volta calata nella realtà storica di un personaggio, diviene essa stessa uno, nessuno e centomila. Quello che noi consideriamo follia può essere vita per gli altri; può, in ogni caso, prestarsi a diverse letture. Una follia relativa, dunque, che sfugge a tutti i tentativi di stabilire un metro, tentativi nei quali si è irrigidita, in diversi periodi storici, la diagnostica psichiatrica. Certamente, alla base, si riconosce la rottura dell’unità dell’Io, originata sempre nel rapporto tra noi e gli altri secondo una visione vicina a quella fenomenologica. In veste psichiatrica potremmo definire la follia del romanzo come consapevole, progettata, sperimentale; una sorta di analisi logica della follia. Ma, com’è tipico di Pirandello, l’analisi di una realtà non è mai definitiva, lascia sempre spazio all’imprevedibile. Così, ad esempio, quella che appariva  una lucida presa di  coscienza e una incrollabile determinazione, nel momento culminante del colloquio di Moscarda con la moglie e con il direttore della banca, viene subitaneamente messa in forse da una semplice risata di lei ‘ un ‘punto vivo’ in me s’era sentito ferire così addentro che perdetti il lume degli occhi’. Un altro elemento di imprevedibilità è il risvegliarsi dell’estro, di cui troviamo espressione nel dialogo con il suocero, quando una situazione obiettivamente molto grave (la moglie l’ha appena abbandonato, non ha alcuna concreta prospettiva di sopravvivenza) si trasforma in una specie di improvvisato, scherzoso mimo : ‘L’estro riacceso in me m’imponeva difatti sulle labbra  un sorriso di sfida e sulla fronte un’aria di smemorataggine per il giuoco che voleva seguitare pericolosissimo’; ‘il tono era di scherzo, non nego, per via di quel maledetto estro’. Non si tratta solo di un agire calcolato, c’è anche un comportamento con un suo decorso spontaneo; di qui il dubbio che tutto ciò che appare logico rappresenti soltanto un processo di razionalizzazione, a sua volta però ambiguo  e sfuggente, per cui i vissuti rimangono continuamente in bilico tra cronaca e interpretazione.

A un certo punto la follia  è vista come liberazione dagli stereotipi sociali più antichi: la povertà, la donazione, la Chiesa. E quello che viene presentato all’opinione pubblica come un ‘esemplare  e solennissimo esempio di pentimento e d’abnegazione’ risulta invece frutto di una ‘remissione’, di un’accettazione incondizionata (‘Io davo tutto, non m’opponevo a nulla’) da parte di chi si sente ‘remotissimo ormai da ogni cosa che potesse avere un qualche senso o valore per gli altri (..)ma con l’orrore di rimaner comunque qualcuno, in possesso di qualche cosa’.

Il comportamento folle del protagonista può essere visto anche come opposizione a tutto un mondo decisamente rifiutato ma, nello stesso tempo, si ripropone come dipendenza da altri, analogamente a quando da sano, è del tutto succube dei capricci della moglie. L’aspetto più autentico di questa follia rimane pur sempre l’esserne perfettamente consapevole: ‘Seguitavo a camminare (..) sulla strada maestra della pazzia (..). Ma io ero pazzo perché ne avevo appunto questa precisa e specchiante coscienza’.

Una sorta di tautologia che sottintende tutto il dramma di chi osserva se stesso e si scopre altro da sé: ‘perché questa che crediamo la cosa più intima nostra, la coscienza, vuol dire gli altri in noi’.

E’ il tema che ritroviamo nella novella ‘Quand’ero matto’; in fondo la follia è quel pensare, quell’interrogarsi che finisce per arrestare il flusso della vita: ‘ perché è innegabile che io ragionavo pur bene, quand’ero matto (..).

Il male era che non comprendevo che altro è ragionare, altro è vivere’.

Vittorino Andreoli

Il matto di carta – La follia nella letteratura

Edito Rizzoli