inalmente venne il giorno in cui la mia partenza si rese possibile. Arrivarono volontari della Misericordia di Firenze, con un pick-up colmo di medicinali, due signori in pensione ai quali chiesi immediatamente un passaggio per il mio ritorno in Italia. Il rifiuto fu categorico perché il mezzo non consentiva la possibilità del trasporto di una terza persona per un tragitto tanto lungo. Mi misi in ginocchio supplicandoli di riportarmi a casa prima che il mio cuore e il mio cervello mi abbandonassero per sempre e così ottenni la grazia.

Furono giorni di silenziosi preparativi a una partenza che portava con sé molte domande e soprattutto esigeva molte risposte nella vita che sarebbe seguita.

Una mattina a colazione qualcuno si lasciò sfuggire la mia imminente partenza e i bambini increduli e sorpresi come non mai, chiesero sbalorditi ‘chi’ se ne sarebbe andato.

Sentendomi l’ultimo essere degno di vivere sulla faccia della terra, dissi che ero io la persona che li avrebbe abbandonati lasciando un altro strappo nella loro vita già così lacerata.

La bambina di quattro anni che era seduta di fronte a me, sbarrò gli occhi e con la mano tesa verso di me, mi disse di aspettare un attimo.

Ci mise un secondo a prendere quella decisione.

Dopo una decina di minuti tornò trascinando per mano il fratellino minore di un anno, e mi disse con un sorriso fiducioso a mille denti :

‘Noi veniamo con te’.

Quello fu l’ultimo momento in cui mi sentii degna di vivere e da quel giorno, niente fu più al suo posto o al posto giusto nella mia vita.

Non potevo restare.

Non potevo andarmene.

Ho scelto di andarmene, lasciando probabilmente tutto di me, alla delusione di quei bambini innocenti, continuamente traditi e abbandonati da adulti incapaci di sacrifici, ma capaci di imporli agli altri, a chi NON PUO’ scegliere.

Dopo la mia partenza, quella casa divenne a breve, luogo di accoglienza per bambini, oggi ce ne sono molti.

Li trovano davanti alla porta di casa e li accolgono, donando loro assistenza e affetto fino alla giovinezza, lasciandoli poi a un paese che, si spera, negli anni imparerà sempre più a convivere e a civilizzarsi in forme di vita più evolute.

Al rientro in Italia seguirono mesi interminabili e molto difficili, per Natale feci avere ai bambini un grande angelo ricamato su lino e davvero grande e gratificante fu la sorpresa di scoprire che proprio per quel Natale, i ragazzi della casa avevano scritto una favola che raccontava la storia dell’arrivo dei bambini al campo e tutta la storia ruotava attorno a questo angelo che aveva preso per mano i bambini, portandoli a quella casa in cui avrebbero appreso molte cose in un contesto di grande amore.

Ancora una volta i fili del Cielo tessevano trame a noi sconosciute,   che sapevano unire pezzi di vita in un mosaico che risultava avere un senso anche ai nostri occhi.

La misura della carità non la decidi tu, ma la decidono gli altri.

I poveri che, soli, sanno colmare il cuore di un mistero divino altrimenti afferrabile o intuibile.

Nella vita dei poveri e degli indifesi, è Dio stesso a urlare e a farsi udire in noi, nel più profondo di coscienze ignare e stordite incapaci di comprendere quello che presumono di sapere e conoscere.

Non c’è catechesi o seminario o ritiro o scuola di teologia che mi abbia ‘istruito’ sulla carità, come entrare nella vita degli ultimi insieme a loro.

Dio l’ho incontrato per davvero in loro, nonostante precedenti varie guarigioni fisiche e spirituali significative, nonostante numerose esperienze del Suo Amore nella mia vita, mi sento di dire che ho incontrato Lui per davvero, negli ultimi.

Dal ritorno dal Kosovo tutto è cambiato.

Niente della mia vita di prima è più stato com’era, ma soprattutto la vergogna profonda che provo nella superficialità supponente delle vite ritrovate, mi rende incapace di condivisione.

Sono trascorsi dieci anni da quell’esperienza e ancora non so dire di quei giorni. Mi hanno consigliato di scrivere, per vedere se in questo esercizio di memoria trascritta qualcosa possa tornare non al posto di prima, ma a un suo posto.

C’è un episodio principe che ha determinato questo mio blocco ed è l’unico di cui non ho saputo dire ancora, l’unico di cui non dirò ancora.

Per rispetto a quella vita, forse ancora per incapacità, ma di fronte a certe vite degradate allo stato animale, voglio credere alla misericordia di un Dio che sa circondare tutto quell’indicibile esistere con la presenza di angeli che spesso hanno nomi e volti di persone concrete, come quelle che in Kosovo sapevano e sanno prendersi cura di loro.

A volte il dolore è l’unica cosa che ancora ci tiene insieme e forse si ha paura di lasciarlo andare perché si ha paura di perdersi per sempre.

Io voglio credere che di fronte a dolori propri o altrui, di cui ci si trova incapaci di parole, ci sia l’Amore di un Dio che sa arrivare con la fantasia di vite capaci di amore e gesti coraggiosi, dominati da una forza che sopraffà, perché l’Amore, davvero, è sempre più grande, più forte, più alto, è una famiglia di aquile ferme sul crinale di una salita, obbedienti ‘ all’attenti ’ di un vento silenzioso, capace di ogni prodigio d’amore possibile.

E lo scrivo perché l’ho visto.

Amen.

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