n’intera mattina trascorsa in auto con una madre e tre figli piccoli molto ammalati, con la febbre altissima e una tosse continua, persistente e aggressiva.

Di corsa da un medico e con il riscaldamento molto alto per cercare di compensare le loro temperature elevate.

Dopo un’intera mattina trascorsa con loro alla ricerca di assistenza e con accompagnamenti vari,solo al ritorno venni informata che tutti avevano la tubercolosi.

Mi venne un colpo nel vero senso della parola.

Dopo un’esperienza simile, impossibile uscirne illesa.

Ero pronta al peggio e dopo pochi giorni, mi ammalai pure io.

Purtroppo ebbi anche un attacco di labirintite per cui fui costretta a letto per alcune giornate, incapace anche di tenere gli occhi aperti.

Un pomeriggio ricevetti la visita del ragazzo che mi aveva accolto per primo, quello della famosa frase sulla vita e la morte e mi raccontò che alla fine era stato in Albania con il padre, alla ricerca della moglie da sposare. Avevano visitato almeno tre famiglie. Mi spiegò che l’usanza prevede prima un breve colloquio con il padre della ragazza, la quale a un certo punto si presenta portando un vassoio con il caffè, se la ragazza e la dote sono gradite, bevono insieme il caffè, altrimenti salutano e vanno alla ricerca di qualcun’altra.

Mi disse che visitarono tre case, tutte ragazze molto povere, ma alla fine lui scelse l’ultima, la più povera, come dote poteva permettersi solo un sacco di farina. Mi disse che lui provò molto affetto e pena per quella ragazza così sventurata e quindi, scelse lei.

Non solo si era piegato al volere del padre di sposarsi così giovane e con le clausole note, ma aveva anche scelto qualcuno che forse stava anche peggio di lui.

 

 

Il confronto con i problemi e le inquietudini oziose dei giovani del ‘nostro mondo ’ a quel punto diventava davvero inammissibile.

Rimasi a letto con gli occhi chiusi e un mondo di valori completamente ribaltati per sempre, per altri giorni.

 

. . .

 

I bagni si trovavano nella palazzina di fronte alla casa in cui dormivo.

Si trattava ogni volta di attraversare un piccolo giardino per raggiungerla e una mattina molto presto, alle prime luci dell’alba uscii e mi trovai immersa in uno spettacolo di luci rosa nel cielo.

Era tutto rosa, sospeso in un’atmosfera di luce e aria luminosissime, eravamo a meno venti gradi ma non sentivo nemmeno il freddo, solo quella dimensione sospesa tra il cielo e l’infinito.

Uno spettacolo simile l’avevo visto una volta sola.

La mia prima volta a Medjugorje , una notte di veglia pasquale molti anni prima, passata fuori nei campi adiacenti alla chiesa stracolma di pellegrini, eravamo tutti in silenzio, assorti ad ascoltare l’omelia in quella lingua incomprensibile, guardando ammutoliti un cielo colmo di stelle e luna completamente rosa. Nessuno aveva osato dire quello che vedeva per paura di essere scambiato per visionario, ma tutti assistemmo a quello spettacolo e al termine della liturgia ci scambiammo l’entusiasmo di un’omelia stupenda che ci aveva riscaldato gli animi pur non avendo compreso una sola parola. Ci era piaciuta tantissimo nella sua essenza che si era rivelata nello spirito ma non nella comprensione linguistica.

‘ Il sole si cambierà in tenebre e la luna in sangue,

prima che venga il giorno del Signore,

grande e terribile’.

Gioele 3,4

Al mio ritorno in Italia, feci subito l’esame per verificare se mi ero ammalata di tubercolosi e risultai negativa.

La carità aveva coperto anche la malattia infettiva.

 

 

Riflettendo sull’esperienza della veglia pasquale a Medjugorje, mi accorsi inoltre che anche quelli erano giorni che precedevano di poco la Pasqua.

 

 

 

 

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