al mio arrivo in Kosovo percepii subito la ‘presenza’ di  Madre Teresa di Calcutta accanto a me. Diciamo che se fino a quel momento il mio santo più vicino era sempre stato san Francesco d’Assisi, per un misterioso e silenzioso lascito subentrò lei con gentile fermezza.

Mi trovavo proprio nei luoghi dove lei nacque e visse la sua prima giovinezza, ma questo lo appurai solo più tardi.

 

Un giorno ci recammo al santuario della Madonna nera di Cernagore a Letnica dove don Lush Gjergji, il biografo di Madre Teresa, ci tenne un piccolo ritiro. La vocazione di Madre Teresa praticamente nacque e si sviluppò ai piedi e nel cuore di quella Madonna.

Anche la mia piccola storia personale è legata alla Madonna nera e mi colpì scoprire questa affinità con il percorso di Madre Teresa.

Dopo la sua partenza per Calcutta, tornò altre poche volte al santuario della sua giovinezza, dove aveva compreso che senza la preghiera profonda alla base del suo ministero,non avrebbe potuto nulla . . . e don Lush ci disse che una delle ultime volte che tornò a salutare la ‘sua’ Madonna, disse che tutto era molto cambiato, ma meno male che almeno Lei era rimasta la stessa!

 

Una mattina invece, andammo a trovare le uniche quattro suore di Madre Teresa presenti sul territorio. Mi sorprendo a pensare che di quell’incontro con quelle care sorelle non ho altri ricordi se non quello della loro piccola cappellina e della grande scritta ‘I thirst’ sulle pareti. Un luogo nella penombra, riscaldato da quelle due sole parole che lasciavano solchi nell’anima.

 

 

Due settimane più tardi mentre stavo guidando nel traffico di una di quelle cittadine, sentii un clacson strombazzare senza sosta, mi girai ed era una di quelle sorelle che dalla sua auto mi aveva riconosciuto!

Incredibile e vero!

 

Un altro ricordo nitido della vicinanza di madre Teresa è legato al ricovero del fratello di quel marito così poco coraggioso della donna che aveva partorito entrando in coma.

Una mattina ci chiamarono perché quell’uomo che dalla nascita viveva accartocciato su se stesso in una deformità indescrivibile, stava molto male, emetteva dei lamenti come e peggio di un animale ferito.

Al momento del ‘trasporto’ si presentò il problema di come muoverlo.

Subito il marito (nonché fratello dell’ammalato) declinò la responsabilità di spostarlo perché bisognava scendere una rampa di scale e per lui sarebbe stato ‘troppo’. Anche in quell’occasione mi sopraffece una forza che non era mia e dissi che l’avrei portato io, prendendolo in braccio. Solo allora si decise e vinta la sua ritrosia e ignavia, lo raccolse fra le braccia e lo adagiò in qualche modo sull’auto.

Al pronto soccorso dell’ospedale colmo di persone in attesa, giunse un operatore sanitario e quando sollevò la coperta che ricopriva il nostro assistito, rimase bloccato un solo secondo, gli si riempirono gli occhi di lacrime e ci fece passare avanti a tutti.

Mentre lo visitavano, nemmeno sapevano come districare quell’intrico di gambe e braccia e sterno confusi assieme, solo quel lamento indefinibile riecheggiava nel silenzio attorno e mentre si sentivano i rintocchi delle campane dell’unica chiesa presente, ricordo la supplica a Madre Teresa e un pezzo di cielo che si apriva tra noi, come un fulmine di luce e potenza nello strazio delle contraddizioni umane.

E niente altro.