a donna con il piede nero, gonfio, in cancrena, era una maestra,un’insegnante. Aveva degli strumenti aggiunti rispetto agli altri per poter fronteggiare certi contesti, o almeno questo era quello che avevo pensato. L’accompagnammo al solito ospedale e dovemmo andare in una palazzina e salire più piani, perché al posto dell’ascensore, c’era una cavità vuota, ovviamente grigio intenso, con anche vari fori rimasti come fregio di un bombardamento recente.

Lei aveva il piede in quelle tragiche condizioni. Noi eravamo due ragazze incapaci per forza fisica a reggerla per così diversi piani.

Senza esitazione, lei ci prese sottobraccio e lentamente si fece i piani che ci separavano da uno di quei reparti descritti precedentemente.

Il medico che avrebbe dovuto visitarla era impegnato a fare colazione con altri infermieri, aspettammo a lungo il suo arrivo, quando la visitò calò un preoccupante silenzio tra noi e ci fece comprendere che la situazione era molto grave e che necessitava di un intervento immediato. Ci disse di attendere un attimo che sarebbe tornato.

Dopo un’ulteriore attesa sconsiderata, andai in cerca di quel medico che, ci riferirono, era uscito a pranzo.

A quel punto persi la cosiddetta bussola del buonsenso.

Trascinai con me l’inseparabile e necessaria interprete e come una furia mi feci spiegare dove si trovasse questa mensa, presi l’auto per raggiungere la palazzina segnalatami e appena prima di giungervi incrociammo il medico nel vialetto, senza pensare lo inchiodai con l’auto contro un muro impedendogli ogni via di fuga e scendendo, costrinsi l’interprete a dirgli che doveva tornare immediatamente dalla paziente che aveva lasciato in sospeso e, stranamente, dopo avermi fissato a lungo in modo ostile, senza dire una parola tornò dalla donna del piede in cancrena.

Al ritorno l’interprete seria e lapidaria, mi disse di non pretendere mai più da lei una cosa simile, perché da loro le donne non avevano diritto di replica con gli uomini. Punto.

Avendo numerosi racconti di episodi di casi in cui tali affronti venivano ripagati con atti altamente violenti, per tutto il resto dei miei viaggi in quell’ospedale, nel mio intimo temevo il peggio . . . ma quelle poche volte che mi capitò d’incontrare quel medico samaritano, lui ogni volta mi fissava facendomi chiaramente capire che mi riconosceva, ma poi ogni volta si dileguava come il vento altrove.

Per tutto il resto del tempo che lo incontrai, fu così. Ogni volta.

E ancora oggi ringrazio il Cielo e gli Angeli che si risolse così.

Trascorsa qualche settimana da questo episodio, andammo un pomeriggio proprio a casa di questa donna che viveva con altri membri della sua famiglia e, per l’occasione, festeggiavano il primo compleanno di una nipotina insieme ad altri bambini, come si usa fare nelle note feste per bambini. Fin qui tutto normale, ma quando vidi la casa, provai un moto di rifiuto mai provato prima.

Oltre la solita miseria che rivestiva di nero ogni parete, in quello che avrebbe dovuto essere un cucinotto, c’era la struttura di un lavello, colmo a metà di acqua nera in cui galleggiavano pile di piatti e pentole sporche e un topo che fuggì al nostro arrivo.

Dopo il mio intimo ribrezzo, vidi la donna togliere da quel lavello un paio di piatti che mancavano, con ancora residui di quell’acqua nera su cui adagiò una fetta di torta al gelato che avevamo portato per la festa di compleanno. Ricordo con esattezza che quando me la porse, la rifiutai con fermezza.

La miseria non consente la perdita della dignità, a maggior ragione in una donna istruita.

Poi mi chiesi come mi sarei comportata io al suo posto, ma non con alle spalle la mia di vita, ma la sua.

Se fossi nata, vissuta, cresciuta in un contesto di miseria anche morale, senza esempi, senza la parola ‘speranza’ a conforto, con una guerra e tutte le sue atrocità indicibili come segreto nel cuore, se fossi cresciuta in un contesto così e trattata regolarmente meno di un animale dagli uomini (intesi come esseri umani maschili) e anche dai medici aggiungerei, forse il mio titolo di studio sarebbe stato uno strumento aggiunto di disperazione.

Compresi nel mio legittimo rifiuto della torta, che nessuno ha il diritto di giudicare vite vissute con uno sguardo, bisogna davvero aver camminato almeno tre mesi nelle scarpe altrui prima di permettersi una parola su vite di cui non sappiamo.

Questo vale per tutti, ma più di tutti, per vite come quelle che avrebbero potuto toccare a noi.

Ero davvero così certa che a parità di situazioni io avrei saputo essere migliore?

La fitta di questa domanda e la certezza di una risposta che non posso avere, non mi ha più lasciato.

C’è gente che non ha davvero nessuna chance eccetto un miracolo e il miracolo di quella guerra e di ogni situazione vista, credo fosse proprio quella parte di umanità giunta in varie modalità e con titoli diversi,da ogni parte del mondo, a salvezza.

In quella occasione, mentre eravamo tutti seduti a terra a festeggiare la piccola, due dei nostri bambini trovati nel famoso pollaio, si accovacciarono sopra e accanto a me a turno, proprio come avrebbero fatto dei bambini con la propria madre, ma questo non potevamo consentirlo, non potevano affezionarsi più del necessario, perché per loro sarebbe stato un’ulteriore sofferenza al momento della mia partenza.

E se qualcuno sa come spiegare a un bambino che non può permettersi di seguire il proprio cuore quando è così piccolo e ferito, me lo spieghi e poi taccia per sempre quando riesce anche a farlo.