altra famiglia ‘santa’conosciuta in Kosovo, era una famiglia di musulmani.

Benestante, umile, ricchissima di sentimenti alti e bontà ed educazione.

Da anni salivano e scendevano per poi prontamente risalire il Calvario dei cristiani, accompagnando ovunque in Europa il loro piccolo bimbo ammalato di tumore, quando li conobbi io, ormai avevano alle spalle, diversi anni di interventi e cure e ogni tentativo di speranza nella scienza per salvarlo.

Il primo ricordo che ho di loro, è quello di un’accoglienza profondamente educata ed edificante in ogni suo aspetto, il decoro dei sentimenti oserei dire, mai una sola lamentela rispetto al calvario di anni, solo sorrisi e attenzioni e gratitudine per noi.

E così il bambino. Quando lo vidi io, ormai aveva una decina di anni ed era al termine del suo travaglio, gonfio come i bambini denutriti del sud del mondo, sfatto dalle cure e dalle sofferenze, ma mi accolse con un sorriso e un entusiasmo incredibili, volendo sapere ogni cosa di me e del mio mondo. Era un bambino pieno di vita, gentilezza, interessi,attenzione e amore per gli altri, anche per gli sconosciuti come me in quella prima occasione. Aveva tutti i suoi giochi sul pc, i suoi studi che non aveva interrotto e mille riguardi per la vita di chi andava a trovarlo.

Anche lui nessuna parola o lamentela o riferimento alla sua malattia.

Solo sorrisi e domande per noi, perché fossimo a nostro agio e accolti nella vita che costruisce.

Solo alla fine, con rammarico, era costretto a congedarci per le mancate forze, ma anche in questo distacco, senza una sola parola che facesse trapelare il fardello della sua malattia. Il sorriso dell’amore che è costretto a negarsi per sopraggiunte complicazioni sulle quali sorvolare.

Fino all’ultimo incontro, ormai esangue nel suo letto di dolore affrontato anche in quell’occasione con il sorriso che riusciva a donare,  e una domanda, per sapere come stavamo noi.

Noi, capite?

E una supplica, infilata tra il sorriso e la domanda, come una profezia colma di una sapienza infinita: ‘dovete chiedere a tutti di pregare per me, perché se ci uniamo tutti insieme, guarisco e ce la faccio anche questa volta’.

Tutti, musulmani e cristiani, perché la preghiera può tutto.

La sera di quell’ultima visita, ci lasciò.

Io fui l’unica donna autorizzata a partecipare al rito del suo funerale, perché secondo le loro tradizioni e la loro religione, le donne, nemmeno la madre,potevano.

Sepolto senza bara, sulla nuda terra, il volto ricomposto come in una maschera di cera, il viso ormai liberato dalla lunga sofferenza, sorridente di ali che ormai lo avevano innalzato sopra di noi.

Nel corteo a piedi, subito dietro di lui, tutti gli uomini e solo per ultime le donne, escluse anche dal rito in diretta della sepoltura.

Solo al termine, insieme,le preghiere, i canti  e anche la recita di una poesia composta dal piccolo, nella sua vita vissuta fino in fondo alla ricerca del meglio e dell’apprendimento.

Al ritorno, poiché i suoi genitori possedevano due caseggiati limitrofi, in uno si ritrovarono le donne per i festeggiamenti tipici che seguono i funerali della loro religione e nell’altro gli uomini e, per l’occasione, eccezionalmente,anch’io.

Noi andammo in una mansarda con il padre e un cugino che aveva vissuto in Italia e quindi poteva anche comprenderci, ho il ricordo di un intero pomeriggio trascorso seduti per terra a parlare della vita e della morte, di come loro intendano la morte facente  parte della vita, una manifestazione della vita intesa come una ruota che gira e della nostra resurrezione, con l’amicizia e il dolore di due mondi che si incontravano nel sorriso di un bambino che era stato un dono per chiunque avesse avuto l’onore di conoscerlo.

Ricordo anche un piccolo scontro con l’amico con cui ero, che si dissociò dalla mia ferma posizione sulla potenza della preghiera capace anche di far risorgere dai morti, come Gesù fece con Lazzaro e lo ricordo anche perché al ritorno da quel funerale, nella prima liturgia della ‘nostra’ messa, c’era il Vangelo della bambina morta, rialzata dalla preghiera, ‘Talità kum’, che io intesi come il sorriso di Dio per me.

E comunque, quel ragazzo con cui ebbi questo piccolo scontro, al ritorno da quell’esperienza, entrò in seminario e a breve uscirà sacerdote dal seminario di Assisi.

Il mio cuore ringrazia silenziosamente questa famiglia, come tutto il silenzio che in me avvolge l’esperienza di cui non so dire di tutti quei giorni in Kosovo, ma questo è un silenzio di luce e lode e resurrezione.

Forse davvero il ricordo più vivo – nel senso di ‘colmo di vita vera, vita risorta’- è legato a questa famiglia musulmana, che ancora oggi ringrazio e benedico.

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