era quello che da più tempo si trovava in quelle terre, era stato tra i primi ad arrivare, aveva condiviso con quella gente i tempi dei campi profughi, il ‘vivo’ dello sconvolgimento della guerra, della ferocia, dello smarrimento e del dolore intatti, insieme alle lunghe file di ore per arrivare ai bagni da campo che di igienico non avevano ormai più  niente, le interminabili file per i viveri dei soccorsi . . . insomma, era quello che più di ogni altro sapeva cosa significassero la fatica  e il male di quelle esperienze.

Quello che più di ogni altro avrebbe dovuto essere ‘abituato’ al disagio completo della ‘miseria’, che ci tengo a sottolineare è molto altro rispetto alla ‘povertà’.

Ma non ci si può ‘abituare’al dolore. Mai.

Ogni volta, a distanza di molti anni dall’esperienza del campo profughi, ogni volta che M. per ragioni diverse (e sempre ‘umanitarie’) si trovava costretto ad andare in Albania, ogni volta al rientro aveva lo sguardo atterrito e fisso, per giornate intere, in uno sgomento incapace di qualsiasi parola.

Spesso lo si trovava perso con lo sguardo incapace di espressione traducibile in qualsiasi sentimento, accompagnato da un malessere evidente di chi non sa e riesce e può capacitarsi di quanto visto.

Ogni volta, come la prima volta.

. . .

Sì, perché ogni volta era come rituffarsi nell’orrore dell’incredulità di un popolo che – pur essendo contemporaneo nostro – viveva anni,per non dire epoche, indietro a noi. E decisamente fuori da ogni concezione umanamente raggiungibile.

. . .

Ritrovarsi in un ufficio qualsiasi aperto al pubblico e trovarlo magari deserto, o chiuso senza motivazioni, o sovraffollato fino all’inverosimile, con gli addetti agli sportelli rifugiati in altri uffici a ridere e scherzare,assolutamente indifferenti ai clienti, oppure assistere a scene di chi richiede un modulo e vedendoselo rifiutato o dilazionato in tempi lontanissimi, vedere estrarre con assoluta normalità una pistola dalla giacca del cliente e dopo essere stata posata sul banco, assistere all’apparizione del modulo misteriosamente e prontamente trovato.

. . .

Una volta M. dovette andare a trovare un ragazzo che abitava in cima ad una collina raggiungibile solo dai muli, noti per la loro abilità di arrampicarsi su sentieri impraticabili,anche con carichi sul dorso.

Questo ragazzo era ospite a casa di parenti che vivevano – come ai tempi di Gesù – numerosi in un’unica stanza che fungeva da cucina, salotto e camera da letto e – ancora come ai tempi di Gesù – se qualcuno di notte aveva bisogno di alzarsi, doveva far spostare o scavalcare tutti gli altri, per raggiungere la porta ed uscire.

Sì, perché ovviamente i ‘bagni’ non esistono e sicuramente non in casa.

Questi parenti avevano una specie di faida in corso con altri, così il rischio era che se qualcuno di loro veniva avvistato dalla famiglia ostile, veniva prontamente raggiunto da colpi di pistola o kalashnikov (sto parlando del nostro secondo millennio, ma purtroppo a queste scene assistiamo anche in certe zone d’Italia nostra!).

In questa ‘spedizione’ alla ricerca del ragazzo, M. fu costretto a fermarsi a dormire una notte con loro, per poi riprendere il giorno successivo,il viaggio di ritorno con il ragazzo in questione.

Nel mezzo della notte, si sentì chiaramente un rumore venire dall’esterno e M. rimase allibito e credo perennemente shockato, alla vista del bimbo più piccolo, di soli tre anni, alzarsi nel buio della stanza e su ordine del genitore, caricare e montare velocemente – sempre al buio – un kalashnikov vero!

E tutto questo in pochissimi minuti.

Un bambino di tre anni. Nel buio della notte.

Un kalashnikov.

Ecco, ogni ‘uscita’ in Albania per lui, era il rinnovo di esperienze che pensava e credeva e sperava fossero impossibili ad essere superate.

Purtroppo, ogni volta, doveva ricredersi.

Fu proprio osservandolo per una settimana intera, al ritorno da uno di questi suoi viaggi, che compresi il silenzio del nostro viaggio iniziale a Fiumicino.

Non era il silenzio di chi era assorto nelle riflessioni del proprio destino, era quello ferito e consapevole di chi sapeva di cosa finalmente avrei potuto comprendere anch’io.

 

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