arecchie volte con l’interprete, avevamo accompagnato la donna incinta prossima al parto all’ospedale, soffriva di pressione molto alta e i rischi che correva per la sua salute e quella della bambina erano seri.

Viveva come usa lì, presso la famiglia del marito, con la madre e le sorelle di lui e quel fratello che dalla nascita era abbandonato in quel letto di poche cure  e mille tormenti.

Uno di quei malati che in Italia verrebbe accolto solo al Cottolengo, un uomo deforme, indescrivibile per rispetto a lui, unico destino la solitudine di un materasso in una casa di gente viva.

Il padre del marito viveva e lavorava in Europa, inviava i soldi ogni mese, ma pare si fosse rifatto un’altra famiglia.

Tutte notizie apprese tra una traduzione e l’altra nei viaggi trascorsi ad accompagnarla per i controlli, fino al giorno in cui al posto di lei, dovemmo accompagnare il marito.

Ormai prossima al parto, con i seri problemi di salute che aveva, la mattina precedente al parto, mentre il marito fumava in piedi accanto a lei, la donna dovette zappare la terra dell’orto e raccogliere patate, poi il parto improvviso, la pressione arteriosa alle stelle e il coma.

Per fortuna ne uscì a breve, ma ancora era gonfia anche se salva per miracolo. Quando arrivammo all’ospedale, il marito si rifiutò di andare a visitarla perché sosteneva che lui non ce la faceva a vederla ridotta così. Voleva che andassimo noi a vedere come stava.

Ricordo di aver percorso quel corridoio provando e condividendo con l’interprete, per quella specie di uomo, ogni sorta di disprezzo e ribellione, fino alla stanza della moglie dove la trovammo sfinita e gonfia, appesa al tubicino di una flebo.

Dopo averle raccontato l’accaduto,non disse niente e in silenzio,con grande fatica, si alzò, volle cambiarsi il pigiama e pettinarsi, e con la flebo accanto, si trascinò per tutto il corridoio sorreggendosi allo stelo della flebo, per andare lei a salutare il marito che non riusciva proprio.

La lezione di dignità di quella donna mi edificò nel profondo.

L’amore copre tutto, anche l’ignavia e le ingiustizie più meschine, donando dignità là dove è difficile vederne l’ombra.

L’amore edifica.

L’amore non pretende, dona.

L’amore precede.

L’amore non giudica.

L’amore copre tutto.

L’amore vince.

Sempre e comunque.

L’amore, non il buonismo.

Quando la dimisero, passammo a prenderla con il marito.

Durante il viaggio di ritorno, loro nel sedile posteriore dell’auto parlarono tutto il tempo nella loro incomprensibile lingua.

Quando li lasciammo a casa, rimaste sole, l’interprete mi sintetizzò la conversazione udita, dicendo che la moglie in auto, gli aveva detto che una volta a casa le cose sarebbero cambiate e che lei non si sarebbe mai più fatta trattare come prima.

Con calma, con fermezza, aveva fatto una scelta che non contemplava repliche.

Quando battezzarono la figlia, la mamma mi chiese di tenere a battesimo la loro bambina.

Ci teneva molto che fossi io.

Per me, era la prima volta che facevo da madrina a qualcuno.

E fu un onore per me, farlo a sua figlia.

 

 

 

 

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