n ricordo anche per la presenza dei militari che sempre passavano a salutare, a provvedere, a controllare.

Un giorno  a un ufficiale molto graduato mi permisi di chiedere, da ignorante in materia quale sono, che senso politico avesse avuto una guerra simile che a distanza di anni ancora impediva un governo autonomo capace di scelte e decisioni reali e in sintesi, di fatto, che cosa fosse realmente cambiato per loro politicamente visto che non avevano potere decisionale effettivo.

Mi rispose che nemmeno loro, in realtà, avevano ancora capito.

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Una mattina passarono a salutarci dei militari italiani, in servizio in quello che era uno dei carceri di massima sicurezza  in Europa  e che si trovava proprio lì. Loro facevano servizio in quel carcere, e avevano le famiglie in Italia; guadagnavano di più per essere lì.

Provammo a scambiarci qualche parola di esperienza in quella terra, dopo qualche battuta, rimasero a lungo in silenzio, sospirando, abbassando la testa per rialzarla e guardare fuori dalla finestra, con gli occhi colmi di lacrime e distanze.

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Anche un ragazzo italiano che lavorava per l’O.N.U., in un’enclave serba, addetto prevalentemente a lavori d’ufficio, con uno stipendio davvero molto alto, era al termine del suo mandato, per la precisione gli mancavano poche settimane, nemmeno un mese.

Lui era uno di quelli fortunati, guadagnava molto di più rispetto a chiunque altro per il solo fatto di lavorare per quell’organizzazione, era in questa enclave con i serbi, i più colti, intelligenti, ricchi, non mancava loro
niente, aveva anche mansioni di poca fatica, nella pausa che gli toccava ogni tot mesi, aveva fatto un viaggio in sud America per riprendersi da quella esperienza e atmosfere e gli mancavano pochi, davvero pochi giorni per mettere fine a quella missione.

Dopo aver bevuto più caffè, davvero non riusciva a lasciarci per tornare al suo lavoro. .. alla fine pianse, perché non aveva le forze per sopravvivere a quegli ultimi pochi giorni.

Lì, ho compreso la fatica del vivere in quelle terre.

La fatica esistenziale di uomini adulti di reggere a giorni grigi dalla lima sorda di odi e ricordi che facevano così male anche solo a chi li aveva ascoltati per qualche tempo.

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Venne il tempo di lasciare quella terra anche per un ufficiale spagnolo che da anni passava al campo, ormai aveva perso il conto delle volte che ci aveva riportato a casa il bambino zingaro sottratto  qua e là a ogni marachella che sapeva compiere.

Ormai per lui era come un figlio ribelle a cui si era affezionato, qualcuno per cui non poteva proprio più fare niente.

Finchè c’erano loro in giro a trovarlo, potevano garantirgli un ritorno a casa, un’ala di angelo a protezione … era passato a lasciargli una bandiera e un cappellino della sua terra.

Nell’abbracciarlo per l’ultimo saluto,a sorpresa, anche il militare spagnolo, si sorprese a piangere.

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Un piccolo gruppo di militari spagnoli convertitisi al cattolicesimo, ci invitò al rito della loro cresima, in una suggestiva cerimonia in caserma.

Ancora una volta la fede ci accomunava al di là delle lingue in una terra che non era la nostra ed era la nostra.

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Quando non funzionava il satellitare, andavamo a telefonare nella base militare dei rumeni, con meno venti gradi di temperatura le attese erano davvero faticose e allora qualcuno si impietosiva e mi faceva entrare nei loro posti di guardia all’ingresso della caserma.

Il posto era riscaldato, ma ovunque cadesse lo sguardo, c’era posto solo per armi, kalashnikov e fucili di ogni dimensione e allora no grazie davvero, preferivo aspettare fuori all’altro gelo.

L’ultima volta che andai lì a telefonare, il pomeriggio c’era stato un incidente. Un militare ventenne si era fulminato aggiustando una rete elettrica. Era rimasto appeso ai fili, sospeso in quell’aria gelida, dentro quel cielo grigio.

Anche quella volta, gli occhi dei militari erano gonfi di lacrime e domande