n giorno ci sorprese la pioggia mentre stavamo attraversando la cittadina più vicina al nostro campo, il cielo era gonfio di nuvole ovviamente grigie e bassissime e la cosa che mi sconvolse appena giungemmo, furono i tetti letteralmente ricoperti di corvi neri (peraltro gli uccelli più comuni, come da noi i passeri). Erano ovunque, ovunque girassi lo sguardo, ovunque lo alzassi e ovunque volessi fuggire … nemmeno una tegola si poteva vedere di quei tetti, solo loro, neri nella loro tetraggine che sembrava solo presagio di morte e ombre, contro un cielo grigio scuro.

Sembrava una scena amplificata del famoso film di Hitchcock, solo che era la realtà.

Una terra priva di colori, con uccelli di fuliggine.

Non ricordo di aver mai visto un fiore.

Un colore.

(Gli unici fiori erano quelli che arrivavano dall’Italia,insieme al materiale destinato al campo, e tutti erano per la cappellina di Gesù).

Grigio. Polvere. Ruderi.

Corvi.

Crateri come cicatrici e pallottole come  parole più recenti.

Reticolati invisibili di ricordi grigi,contro un cielo grigio.

Davvero ricordo di aver escluso quell’immagine come reale dalla mia memoria, non poteva esistere per davvero un posto così.

Nessuno merita un cielo così.

. . .

A riscatto di quel ricordo, un altro,simile al precedente solo nel flash che rappresenta nella mia memoria, qualcosa di incredibile e vero.

Un giorno in auto in montagna con il bambino zingaro, alla ricerca di una famiglia sperduta in cima a una di quelle montagne irraggiungibili come quelle di sfondo sui palcoscenici teatrali,all’improvviso un paesaggio incredibile, eravamo DENTRO l’orizzonte, dentro il confine della vista a perdita d’occhio delle montagne e dei prati su cui stavamo passando, un punto in cui esisteva solo il cielo e le montagne e noi sospesi a passarvi in mezzo, qualcosa di surreale e in quell’attimo di magia naturale, nel punto più alto di una salita, appaiono ferme, impettite,allineate a terra: una famiglia intera di aquile, come risposta a  ‘un attenti’ dato da un vento silenzioso e nell’incredulità più totale, restano ferme a guardarci.

Un attimo, il tempo di accorgerci che il fiato si era fermato nelle nostre gole e poi ci lasciano in silenzio, così come dal nulla erano apparse.

Un ricordo intatto di un incanto divino, sì perché in quell’attimo qualcosa di divino ci è passato accanto.

 La certezza di un Dio che abita anche quelle terre e quelle montagne, che loro stessi, riconoscono ‘maledette’.

Ma nessuna maledizione può sottrarsi alle ali d’aquila di un Dio capace di allontanare il male più oscuro, mettendo al riparo le anime più di mille schiere di Angeli inviati a salvezza.

Se non l’avessi visto, non avrei avuto questa certezza.

Forse anch’io avrei dubitato della presenza di un Dio d’amore in quella terra.

Ma la regalità divina di quel momento, è ancora viva e solenne in me.

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