n Italia avevo già conosciuto quel ragazzo kosovaro che da subito mi aveva trafitto il cuore, come una debolezza da cui non riuscivo a guarire, lo guardavo e subito la bellezza della sua anima invadeva ogni angolo della mia e mi commuoveva nell’intimo, come se Dio stesso abitasse in quel sorriso a bocca spalancata che sempre faceva seguire uno sguardo di bontà immensa che strabordava ovunque, catturava e imprigionava in un antro di bontà in cui niente poteva contraddirla.

Rideva sempre e sempre ti seguiva quello sguardo, intelligente, vivo, ridente e buono,immensamente buono quanto mute erano le sue parole.

Era l’unico fratello di molti che aveva ricevuto in dono un’intelligenza superiore, per questo i suoi, nonostante i problemi e i limiti che avevano, gli avevano permesso di studiare e sarebbe sicuramente diventato ‘qualcuno’ capace di cambiare anche le sorti di quel paese forse … se non fosse che un giorno un temporale improvviso aveva preparato per lui in dono un fulmine, proprio mentre era su una pianta di pere a coglierne i frutti … un attimo, un bagliore e un tonfo.

Una vita cambiata in un istante.

Folgorato dentro e fuori, per rimanere immobile in quell’espressione di bontà cosciente permanente in un corpo ormai privo di comandi, riusciva ad alzarsi se qualcuno lo sorreggeva e perfino a muovere qualche passo scoordinato, ma mai più avrebbe potuto parlare, esprimersi, se non attraverso quello sguardo e quel sorriso incapace di chiudere la bocca che spesso rideva di sé e delle battute che gli venivano riservate, come al migliore degli amici capace di controbattere e avere sempre l’ultima parola.

E in fondo era così, quel suo sguardo alla fine, vinceva sempre su tutto.

Io lo incrociavo e per me era come incontrare Dio e tutto ammutoliva, solo il timore profondo della mia inadeguatezza e la gratitudine di un incontro per il quale mai avrei potuto essere pronta o preparata.

Il mio cuore traboccava di gratitudine e commozione, ma non per lui che esprimeva sempre e solo gioia, per me, che avevo l’onore di una simile esperienza ogni volta. Un piccolo miracolo capace di rinnovarsi a ogni incrocio e ogni volta era davvero la prima volta.

Ecco, in Kosovo un giorno con la mia interprete, decidemmo di andare a trovare i suoi genitori anche per anticipare loro che presto anche quel loro figlio avrebbe potuto raggiungerli e avrebbero dovuto occuparsene loro. Ci accolsero, come tutti del resto, con estrema amicizia e generosità offrendoci da bere e preparando il solito caffè, ascoltai le varie traduzioni scambiandoci parole di vita fino a quando arrivammo a parlare di lui, di quel figlio benedetto a cui la sorte aveva riservato davvero qualcosa di speciale, più per gli altri che per lui in effetti e, a sorpresa, mi ritrovai incapace di parole anche con loro, quello che da sempre avevo vissuto nel segreto del mio cuore, si tradusse in lacrime, ogni volta che lo nominavano mi scendevano lacrime senza sosta e non riuscivo a smettere e nemmeno a controllarle, poi quando mi riprendevo, iniziavano a piangere loro e così per diversi minuti e svariati tentativi; alla fine nessuna parola fu più possibile e loro mi accolsero come  una figlia, offrendomi la loro casa e la loro amicizia come se fossi stata una loro parente.

Quell’indicibile miracolo di vita e bontà incapace di essere tradotto in parole aveva tracciato nei nostri cuori il mistero di cui è fatto, accomunandoci nel silenzio di ciò che non si può esprimere ma sa parlare più di mille parole intellegibili a ogni lingua e credo.

Il fulmine come dono,a trafiggere intelligenze e progetti a sorrisi e sguardi capaci solo di bontà e gratitudine.