nche le strade non erano strade. Non erano asfaltate e quelle poche che lo erano avevano crateri tali da rendere la guida più simile a un rally o a un camel trophy. E poi le forze armate praticamente ovunque, ogni ponte, ogni passaggio importante, era ancora vigilato dalla presenza di carri armati e militari dei vari eserciti che erano rimasti a distanza di anni dalla guerra, per garantire ‘la pace’, quella che si faticava a intuire dagli sguardi e dall’aria ‘controllata’ satura di aggressività e dolore represso concentrato in odio tangibile.

Russi, spagnoli, italiani, americani … posti di blocco ancora praticamente ovunque e anche questo, per noi abituati a vivere in pace in tempi di pace, era motivo di turbamento.

Un conto è vedere un carro armato in un film al cinema o in tv, un altro è quando devi superarlo più volte al giorno o vieni fermato con mitra puntati per mostrare i documenti e giustificare il tuo passaggio.

( Subito dopo la guerra è stata costituita questa Kosovo-force, Kfor, che è appunto una forza militare internazionale guidata dalla Nato e sotto l’egida dell’Onu, con il compito di ristabilire e mantenere la pace, anche contro le forze insurrezionali interne.)

Anche i militari connazionali che quasi quotidianamente passavano a salutare e garantire un controllo, erano armati e gli aggiornamenti sugli episodi locali non erano quasi mai  rassicuranti. Il polso delle tensioni era sempre quello. Non si ammazzavano fra di loro, solo per la presenza massiccia di questi controlli, ci sarebbero voluti ancora molti anni, molto tempo perchè qualcosa potesse mutare il dolore e il rancore di quelle vite in qualcosa di simile alla pace.

Ogni famiglia aveva il suo diario di guerra con violenze e morti da raccontare e piangere, abusi e orrori difficili anche solo da ascoltare, figurarsi da perdonare. Anche se non mancavano testimonianze di grandi perdoni. Storie di violenza inaudita, riscattate da perdoni eroici.

Occhi innocenti, vittime di destini tremendi, che avevano attraversato tutto quel dolore insostenibile e ingiustificabile, per mettere la parola PACE come spartiacque. Per garantire ai figli e ai nipoti e alla vita rimasta da vivere, un futuro di pace, di speranza, di riscatto in una sorte più grande che trae conclusioni in altre prospettive,

 in una sapienza che mette a tacere le ragioni di ogni cuore, di vittime e carnefici, in una giustizia superiore capace di ripristinare equilibri diversi.

In particolare, ricordo una donna, ricca di grazia e silenzi, in una casa modesta, rivestita di luce e decoro, pulita e curata, con cuscini ricamati e sorrisi di pace nello sguardo, dove dolore e pace convivevano in atmosfere di serenità, di affidamento alla sapienza di un Dio tangibile in quella pace accolta, nata dal sacrificio dell’accettazione di una storia inaccettabile.

Figli e marito uccisi davanti ai propri occhi sulla soglia di casa, così in un attimo. Senza motivo. Solo perché qualcuno aveva detto che era iniziata la guerra e allora anche il vicino di casa, all’improvviso, poteva diventare ‘il nemico’ da abbattere, solo perché aveva una fede diversa, un luogo di nascita un po’ più a sud o un po’ più a nord.

La follia della guerra, di ogni guerra, di QUELLA guerra davvero fratricida. Folle.

E quella donna rimasta, sopravvissuta all’orrore, era ripartita dalla fede nel Suo Dio e viveva la sua vita semplice, umile, in un ordine di grazia e decoro. La casa più luminosa e in armonia che ricordo.

Una presenza angelica ovunque. La pace con la propria storia, con i propri orrori, con il male inescusabile della guerra e dell’odio santificati nell’Amore a un Dio morto sulla stessa croce di quella storia. Lei lo sapeva, perché quella croce l’aveva abbracciata nel cuore e quello che trasmetteva era la resurrezione.

La vittoria del Bene su ogni male di quella storia.

L’amore onesto e giusto che vince l’apparente vittoria del male.

E che avesse già vinto, lo testimoniava la pace di quei silenzi che sorridevano alla sapienza del Cielo fra noi.