gni giorno mi sentivo in colpa. Perché l’accoglienza che ci riservavano negli ospedali era davvero grande, forse un momento di sospiro anche per loro, qualche parola veloce scambiata in un inglese leggero, pour parler, per sentirsi un attimo persone normali in un mondo normale, ma ogni giorno questo distinguo tra noi e loro, a me faceva sentire in colpa.

Che cosa avevo di diverso rispetto alle persone che accompagnavo?

Il merito di essere nata dalla parte giusta del mondo? La grazia di far parte di un’organizzazione internazionale che era il miglior passepartout per avere i tappeti rossi dell’accoglienza? Avere la pelle chiara? La posizione sociale e razziale giusta?

Per fortuna la religione per la maggior parte dei casi non era quella giusta e proprio per quella si rischiava quotidianamente l’aggressione che per loro era all’ordine del giorno, quell’odio sommerso che comunque si respirava ovunque nell’aria di qualsiasi posto si visitasse, quell’aggressività negli sguardi, nei gesti, nelle parole, forse anche nel fondo delle loro anime.

Ecco, l’unico motivo per cui mi trovavo lì, era l’unico per cui molto probabilmente ero meno accetta, se non fosse stato per quel pass internazionale che mi garantiva la simpatia altrui.

Fin dall’inizio del mio cammino di conversione ero affascinata dal sangue versato dai martiri, sempre chiedevo al Signore di rendermi sua testimone fino al martirio, con l’entusiasmo di chi vuol dimostrare l’amore e la fede grata al proprio Salvatore. Indelebile ancora oggi il ricordo del canto sulla tomba di Abramo ad Hebron, con un mitra piantato alla nuca di un militare che proprio si trovava dietro di me, il brivido certo del presentimento di un pericolo reale di cosa potesse significare testimoniare il proprio credo anche con un semplice canto (peraltro particolarmente lungo!)

– Esci dalla tua terra e va’-n.d.r.-

Sempre, avevo chiesto presuntuosamente al Signore questa grazia, ma mai credo me ne ero realmente resa cosciente, avvolta e custodita dal calore delle celebrazioni vissute in ambienti protetti e privilegiati.

In Kosovo quel privilegio era vistosamente negato e la fede era messa a nudo da una quotidianità che richiedeva una risposta ferma in un contesto privo di protezione, di rassicurazioni e testimonianze di padri nella fede. Eravamo soli. I pochi sacerdoti presenti ci consentivano le celebrazioni, ma mai nella nostra lingua, mai il dono di condividere con loro parole di fede nella nostra lingua, bisognava aspettare il passaggio sporadico di qualche missionario. Soli con il sostegno delle nostre preghiere e di quelle dei bambini che ogni sera, insieme in cerchio davanti al Santissimo, pregavano per tutti, citando le persone nome per nome e per tutti i bambini meno fortunati di loro. Ogni sera. E ogni sera si perdonavano reciprocamente gli sgarbi della giornata e a volte era fatica pronunciare il nome del bambino che era stato la spina nel fianco per tutto il giorno, ma alla fine, riuscivano a pronunciarlo e andavano a salutarlo, dopo aver pregato per lui.

Era diverso essere così certi del proprio entusiasmo per il martirio in quel contesto e le ingiustizie viste nel quotidiano, le contraddizioni spesso inaccettabili, gli abusi a cui nessuno poteva rimediare in modo rapido e certo che richiedevano la fede e la pazienza di chi sa che bisogna aspettare i tempi e le leggi richiesti per vedere le soluzioni, tutte queste cose insieme, ogni giorno, rendevano la fede qualcosa di molto diverso da quella che credevo di avere.

Era una prova di coraggio, di perseveranza. La prova del nove.

O ce l’avevi o non ce l’avevi. In mezzo c’era solo quel sospetto che mi avrebbe scaraventato nel loro grigio senza nessuna speranza certa.

Come la luce fioca che rischiarava le case e che spesso mancava per ore.

Nemmeno il privilegio della corrente elettrica, dell’acqua riscaldata, degli elettrodomestici più scontati.

Non tutto il giorno. Non tutti i giorni.

Come il lucignolo fumigante, supplicando il Dio della Luce, il Padre della Vita, di non spegnerci, ma di rischiarare le tenebre con la luce della carità, dell’amore gratuito in situazioni spesso inaccettabili che produceva frutti di dignità e vita che realizzavano speranza.

Certa, perché reale. Visibile.

C’ERA qualcosa che prima non era.

E questo era un frutto.

Bambini accolti e cresciuti; case ricostruite o costruite ex novo;

impianti,viveri, abbigliamento, ricongiungimenti a familiari all’estero… .

Cose reali che cambiavano la loro

esistenza introducendo la parola ‘speranza’.