me toccò essenzialmente il compito di andare a prendere gli ammalati a casa e condurli in ospedale per ricevere il minimo indispensabile di cure e perchè le persone che portavamo, senza la nostra presenza, non sarebbero state accettate. Prevalentemente zingari.

Eravamo sempre accompagnati da un interprete locale perché anche dopo molto tempo di permanenza in quella terra, non era diffuso l’apprendimento di quella lingua tanto difficile, distante,ostica.

Ora, già definire case le case e ospedali gli ospedali, non è così scontato. L’ospedale nuovo realizzato dalla missione Arcobaleno (tristemente conosciuta anche per altri episodi meno nobili) era un vero ospedale, attrezzato, nuovo, ‘normale’. Praticamente vuoto.

L’unico medico che incontrammo ci raccontò delle minacce e avvertimenti ricevuti per aver cercato di permettere lo svolgimento lecito dell’operato richiesto negli ospedali, a partire dal presupposto che i medici avessero realmente conseguito una laurea in medicina.

L’altro, diciamo quello locale, era un insieme caotico di ogni sorta di sporcizia e mancanza di dignità totali. Per camminare nei corridoi bisognava letteralmente sollevare le gambe, avanzare a balzi, lunghi corridoi privi di servizi igienici, ogni sorta di carte, bende, garze, cotone intrisi di sangue e ogni altra cosa ovunque; materassi sfondati senza lenzuola su cui stavano due pazienti insieme; medici e infermieri molto impegnati a chiudersi in stanze adibiti a studi, dove ad ogni ora erano impegnati a bere e mangiare e raccontarsi i fatti loro.

Questo, per i due mesi in cui quotidianamente andai io,

poi magari furono episodi isolati a quel periodo, non so.

La maggior parte degli zingari in Kosovo, a differenza di quelli in Italia, ha una casa e un pezzo di terra, ma la maggior parte di queste sono veri e propri tuguri, dalle pareti completamente annerite dal fumo e dalla sporcizia, pavimenti ricoperti da tappeti sordidi, senza bagni, senza impianti, essenzialmente ‘senza’. Ma in ogni casa, ci accoglievano con calore, offrendoci amicizia  e caffè di cui sempre volevano leggerne i fondi, perché una delle loro usanze è questa sorta di mix di occulto, magia e superstizione, fede e codici comportamentali locali, oserei dire, tribali. E ogni volta le lotte per evitare che a me leggessero o profetizzassero qualsiasi cosa visto che aborro la pratica, e devo dire che sempre mi hanno rispettato, pur non comprendendo la mia reticenza, visto che, a detta loro, anche i sacerdoti accettavano con simpatia quella tradizione.

Io no.