ogni volta, nella ricostruzione di quei giorni (intatti dentro di me)al massimo, arrivo fino qui, poi quel nodo e l’impossibilità ad andare oltre. Per loro e per me.

Come in Umbria ai tempi del terremoto, tutti quelli che passavano, scattavano foto che sembravano non bastare mai, io non riuscii a farne nemmeno una, nemmeno con il cellulare, mi sembrava di violare il dolore di quelle persone ormai inermi di fronte a un destino che li aveva sfregiati nel profondo. Era come abusare di quella fragilità per scavare in cose e dolori che erano personalissimi e molto delicati da maneggiare e ridurre con un click fotografico.

Perché non si trattava di fotografare semplici macerie, perché quelli erano i resti della casa di Eugenia, Rosa, Andrea e via di seguito, non erano mattoni, erano pezzi della vita di altri che conoscevo e questo faceva una differenza.

Era per me una questione di rispetto, qualcosa legato a un privato da difendere e proteggere dalla superficialità altrui, assetata di riscontri e chissà che altro.

Forse perché io sono una persona molto riservata, che tiene molto all’intimità dei propri sentimenti, ho ancora il pudore dei sentimenti miei e altrui.

Forse per fortuna non tutti, anzi quasi più nessuno è come me, perché in fondo anche il resto del mondo ha diritto di vedere, comprendere, condividere. Ecco, è quest’ultima parte che per me dovrebbe fare la differenza, senza condivisione reale o pregata, non si tratta di prendere atto, ma di violare il mondo altrui, la sofferenza altrui, ma questo è e resta la mia opinione.

Il punto è che lo stesso timore lo conservo anche per i miei di sentimenti, nemmeno per me stessa riesco a scrivere di immagini che vivono integre in me da quei giorni, forse l’unica memoria viva rimasta, rispetto ai ricordi affievoliti del resto della vita.

Forse non è il momento per scrivere e affrontare tutto quel sommerso.

Forse perché non c’è niente da aggiungere o rendere noto.

 

‘ Non amo la fotografia. Toglie sempre molto di più di quel che dà’.

Antonio Machado

 

 

Chi si occupa del resto del mondo meno fortunato di noi, reo solo di essere nato nella parte di mondo ‘sbagliato’, SA, non ha bisogno di altre parole o tristi testimonianze e chi NON SA, in genere è quella parte di mondo che ha scelto di non sapere appunto per la mancanza di voglia o energie per ‘condividere’.

Si può condividere anche con la preghiera, farsene carico nel mistero delle dinamiche dello spirito e portare parte di dolori a volte davvero insostenibili.

Mi dissero che in Kosovo molti missionari, a volte anche sacerdoti, perdevano la fede o comunque riportavano crisi di depressione e sindrome da stress post traumatico; un luogo che mette veramente alla prova la certezza nell’esistenza di un Dio che permette un mondo dominato dal grigio e dall’assenza di colori, fiori, sorrisi e della parola ‘speranza’ nel dizionario linguistico.

Sì, perché nei loro dizionari, non esiste per davvero.

Senza speranza non possono esserci desideri.

Una parte di mondo dal passato particolarmente pesante e da un futuro più che mai incerto (anche a chi ci vive e opera da anni per una liberazione di cui non si capisce molto di più).

Un luogo dove le donne sono trattate e considerate meno degli animali, domestici e no, dove la maggior parte degli uomini alla mattina alle nove è già  ubriaca di rakija (un superalcolico locale), dove esiste una quantità sconsiderata di matti, un po’ perché si sposano fra di loro o fra parenti aumentando in modo esponenziale il numero della follia o per mancanza di antibiotici, per cui bambini piccoli con una semplice influenza e temperature molto alte, non potendo controllarle con un semplice paracetamolo, impazziscono o gli si brucia il cervello.

E non perché i farmaci non arrivino fino lì, un paio d’ore da noi, ma perché non vengono sdoganati per motivi politici.

Ma chi si interessa di chi vive situazioni svantaggiate come queste, SA e sa anche molto altro.

E allora si tratta di capire se questo nodo ha o non  ha da essere sciolto affidando a un inchiostro virtuale il compito di sanare immagini intatte come ferite, come un coltello lanciato nella carne dell’anima rendendola ‘sensibile’ con quella lama e, come nella trama di un film di molti anni fa, sapere che quella lama conficcata nell’anima, fa ancora male, ma solo quando ridi.

Come a ricordare che non sempre si ha il diritto di ridere, anche se a noi sembra dovuto sempre.

 

 

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