n cucina incrociai subito lo sguardo di quattro bambini bellissimi di cui mi dissero i nomi, ma vedevo solo quegli occhi, molto seri, attenti, al fondo del quale si leggeva ancora uno spavento e tanta attesa, era come se fossero

 sospesi ai nostri.

Erano arrivati da pochi giorni.

La mamma se n’era andata a lavorare altrove su qualche strada, il padre li aveva abbandonati a se stessi ed erano stati trovati in un pollaio, tutti abbracciati e tutti pisciati, sporchissimi, ghiacciati, sotto dei cartoni a meno venti gradi.

Bambini davvero molto molto belli. Molto piccoli.

Il più grande aveva dieci anni, il più piccolo circa uno.

Li avevano accolti, ma loro non erano un orfanatrofio.

I genitori non erano morti, ma una era svanita nel nulla, l’altro non li voleva e quel che è peggio i bambini supplicavano di non doverlo rivedere.

Gli zii erano una coppia con seri problemi psichici e di dipendenze, con diversi altri figli, di cui uno cerebroleso, tenuto legato giorno e notte, senza nemmeno venire pulito, a una di quelle culle che usano in Kosovo, piccolissime culle a terra a dondolo.

Non erano nemmeno denunciati all’anagrafe.

Importava molto se non era una comunità preposta alla cura dei piccoli abbandonati?

Anche perché ormai da tempo avevano accolto anche un altro bambino zingaro, per sottrarlo a un nucleo familiare complesso e a delinquere, un bambino già dedito a vizi e disordini anche troppi per un adulto e quindi, come avrebbero potuto rinunciare anche ai quattro fratellini?