aereo era peggio di un autobus da demolire, sedili praticamente mobili e gli stewart di bordo seduti in fondo a terra, perché i posti a sedere non bastavano.

Come dire, un biglietto da visita che presagiva situazioni difficili da affrontare.

L’aeroporto dello scalo ci tenne al riparo dal paesaggio esterno e solo all’arrivo, subito, dalla pista di atterraggio, ad accoglierci una catena montuosa senza confini, a perdita d’occhio dove l’orizzonte era qualcosa che lo sguardo non contiene … e non riuscivo a vedere altro che quella maestosità che sembrava assumere tutto in sé, l’incanto e il fascino che da sempre la montagna esercita su di me, mi assorbe completamente, mi rapisce altrove e in Alto, ma alla fine la domanda arrivò anche alle mie orecchie:

–   Hai visto che bel paesaggio?

–   Sì, quelle montagne sono …. Mentre mi girai per rispondere, il mio sguardo si abbassò e ogni parola finì, morì prima di nascere in gola … perché non esisteva paesaggio, esisteva solo il grigio.

Una sconfinata distesa di grigio che accomuna e azzera tutto, grigio consumato, grigio squallore totale, grigio oscuro, grigio sospetto, grigio sordido, grigio ostile, grigio opprimente, grigio miseria.

Grigio.

Ovunque.

E dietro, le montagne.

‘Eccoli, sono venuti a prenderci.’

Con un sorriso segreto mi accorsi che il fuoristrada era lo stesso che avevamo usato in Umbria ai tempi del terremoto.

Alla fine del campo era stato eliminato, ma lì serviva ancora benissimo . .. qualcosa di familiare ad accogliermi, alla fine, c’era.