‘Che cosa desidera l’anima più ardentemente della verità?’ si chiedeva il grande s. Agostino. Quale verità?

Oggi su tutto ognuno dice la sua e la confusione o i ‘dogmi’ del tv-pensiero regnano sovrani. Ma questo  – e lo si vede benissimo nei giovani che sono i primi a farne le spese – non favorisce la libertà. Spesso anzi acuisce l’intolleranza.

Infatti, solo quando il sentiero è ben segnato e i piedi poggiano su pietre solide noi procediamo sicuri. Se i sassi sono scivolosi e traballanti avanziamo a fatica e ci sentiamo minacciati. Come non si  stanca di ripetere il Papa, la prima responsabilità storica di noi cristiani nel Terzo Millennio è difendere la ragione nella sua capacità di ospitare la realtà intera.

‘Occorre tornare alle cose come stanno’ scriveva Husserl, uno dei più grandi filosofi contemporanei.

Occorre tornare al primato della realtà e, quindi, chiamare le cose con il loro nome.

+ Angelo Scola

 

La prima opera di misericordia spirituale  (consigliare i dubbiosi) è decisamente fuori moda.

Il pensiero moderno, infatti – almeno a partire dal ‘dubbio metodico’ di Cartesio -, ha fatto del dubbio l’unità di misura del sapere: l’uomo saggio sarebbe colui che dubita di tutto.

Così oggi, chi aspirasse ad essere un intellettuale di successo non ha affatto bisogno di anni di studio. Gli basta seguire una regola facile facile : mostrarsi scettico su tutto e relativista in ogni campo.

Ora, in un contesto culturale del genere, l’idea di aiutare il prossimo cercando di fugare qualche suo dubbio va davvero contro corrente: quella che trascina tutto e tutti verso il gran mare del dubbio sconfinato.

Naturalmente non intendo negare che il dubbio sia antidoto al dogmatismo e alla sicumera di chi presume di avere in tasca ogni tipo di certezza.

Già Socrate sosteneva che il saggio è colui che sa di non sapere.

E Tommaso d’Aquino, alla fine della sua vita, confidò al suo amico Reginaldo di non riuscire più a proseguire la sua Summa, perché tutto quanto aveva scritto fin lì gli sembrava ‘paglia’ di fronte al mistero infinito di Dio.

Sono belle testimonianze di una sapienza non ridotta a orgogliosa certezza, non esente dal senso del dubbio e del limite.

Da questo punto di vista, ‘consigliare i dubbiosi’ può anche essere interpretato, in alcuni casi, come un ‘suscitare qualche dubbio in chi non ne ha’, onde smascherare certezze taroccate e promuovere una ricerca più autentica della verità.

Tuttavia l’opera di misericordia non può essere trasformata nel suo opposto solo perché ‘culturalmente più corretto’. Il dubbio infatti, non è solo senso del limite.

E’ anche, e anzi più spesso, uno dei modi con cui si manifesta un disagio dell’anima, intellettuale, spirituale o psicologico. E’ una richiesta di aiuto alla quale la carità non può sottrarsi.

Ma come consigliare un dubbioso?

In proposito ho l’impressione che qualche volta i credenti sottovalutino l’importanza della preparazione e della competenza.

Avendo il dono della fede, spesso il cristiano si ritiene esonerato dall’obbligo di conoscere, perché presume di avere in mano una specie di passepartout in grado di aprire tutte le porte del sapere e risolvere qualsiasi dubbio.

La cosa emerge a proposito di molti ambiti del sapere, dalla psicologia alla filosofia, dalla sociologia alla fisica, ma appare ancora più grave a proposito di questioni teologiche, quando, per esempio, ci si trova di fronte ai dubbi concernenti la fede che nascono in persone non credenti.

La risposta che viene data certe volte dai credenti in questi casi è improntata al fideismo.

‘Hai dubbi?’, ‘Prega!’.

‘Nutri qualche perplessità sull’esistenza di Dio?’, ‘Prega!’.

‘Non comprendi il dogma della Trinità?’, ‘Ma non c’è niente da capire! E’ mistero da accettare per fede. Quindi: prega!’.

Ebbene, a me sembra che risposte di questo tipo possano fugare solo i dubbi di chi non ce li ha e rivelino, alla fin fine, solo l’ignoranza dei credenti in materia teologica e la loro colpevole pigrizia rispetto al dovere di istruirsi.

Quanti credenti oggi conoscono bene almeno il Catechismo della Chiesa Cattolica? E se no, come pensare di poter dare risposte adeguate ai dubbi dei nostri fratelli non credenti? Tra l’altro non di rado si tratta di dubbi provenienti da persone colte. Come pretendere di dar loro risposte convincenti, servendosi di qualche lontana reminiscenza del catechismo da terza elementare?

Consigliare i dubbiosi, dunque, comporta il dovere e la fatica di studiare, documentarsi, conoscere.

Solo così, tra l’altro, il dubbioso si sentirà preso sul serio, ascoltato, considerato.

Perché alla fine la posta in gioco non è solo la soluzione del dubbio, quasi fosse un anonimo rompicapo, ma, attraverso esso, l’attenzione amorevole per un’altra persona.

Giovanni Ventimiglia

La tradizione biblica, da un lato, esalta l’arte di consigliare affermando che il consiglio di un sapiente ‘ è come una sorgente di vita’ (Siracide 21,13),  sostenendo che ‘la salvezza sta in un gran numero di consigli (Proverbi 11,14) e criticando il fatto che degli idolatri ‘nessuno è capace di consigliare’ (Isaia 41,29); dall’altro, svela l’ambiguità del consigliare e la positività possibile del dubitare insegnando a dubitare dei consiglieri: il consigliere può essere interessato, può creare dipendenza, suscitare de-responsabilizzazione, può manipolare …

Il passo di Siracide 37,7-15 è un breve trattato su come non deve essere un consiglio.

Consigliare non è dirigere né imporre, non è adulare né sedurre, non è manipolare né abusare, ma è servire la libertà, la soggettività e la pienezza di vita dell’altro.

Chi dunque può consigliare?

Chi è abbastanza libero da dogmi, verità astratte e certezze incrollabili (‘la luce è tenebra, quando è solo luce’ : Ortega y Gasset) da saper ascoltare l’altro, entrare in empatia con lui, stabilire un rapporto di fiducia e aiutarlo a discernere e a trovare lui stesso il proprio sentiero.

Non si tratta di dire all’altro ciò che deve fare: questa è presunzione e sostituzione di sé all’altro.

L’umiltà  è indispensabile per osare un consiglio.

Che, appunto, in certi momenti, va dato. Infatti, se vi è un dubbio positivo, un principio di insicurezza e di incertezza  salvifico, perché all’origine di quell’inquietudine che consente all’uomo di continuare a interrogarsi, cioè a essere uomo, vi è anche un dubbio paralizzante e mortifero.

Come ben mostra l’esempio dell’asino di Buridano che, posto tra due cumuli di fieno perfettamente uguali e alla stessa distanza, non sa scegliere quale iniziare a mangiare, e così, per incertezza, finisce col morire di fame.

Oggi, nella società che nel disorientamento (nell’esitazione di fronte a una molteplicità di possibilità, nell’incertezza di fronte non più solo a un bivio, ma a una diramazione di strade pressoché infinita e tutte ugualmente percorribili) trova una sua cifra esemplificativa, l’arte di consigliare è una forma di solidarietà, è la forma umana di dare speranza, fornire appigli e indicatori di via per quel cammino dell’esistenza spesso sentito come faticoso e impervio.

Quante persone si sentono ‘sbagliate’ o non si concedono il permesso di commettere errori, o ritengono che uno sbaglio sia la catastrofe, o fanno del dubbio sistematico una sorta di dogma (e allora un buon consigliere aiuterà a dubitare del dubbio) . . . . Costoro richiedono il coraggio di una parola, di un segno che dischiuda un’alternativa, che apra una possibilità impensata.

Oggi è quanto mai sentito il bisogno di persone che sappiano aprire vie di senso, orientare, indicare l’est, il luogo da cui sorge la luce.

In quel bisogno si situa lo spazio di legittimità per un consiglio. Consiglio non dato da funzionari o consulenti a pagamento, ma che avviene nello spazio di una relazione di fiducia.

Consigliare richiede la capacità di immaginazione e di adesione alla realtà.

La prima sa prospettare vie inedite che, se ancora non rappresentano la soluzione del problema, almeno aprono un futuro in cui si potrà perfezionare ciò che si è intravisto.

La seconda è essenziale perché le vie che si consigliano siano realmente percorribili e non siano mete troppo alte e ideali, tanto sublimi quanto irraggiungibili.

Poiché anche la fede, che è mite e non totalitaria, conosce il dubbio, e poiché la certezza della fede è di altro ordine rispetto alla certezza razionale e sta nello spazio della fiducia e dell’affidamento, anch’essa può aver bisogno di consigli.

La relazione di paternità spirituale è ambito privilegiato in cui il consiglio consente all’esperienza dell’anziano di orientare l’entusiasmo e la forza del giovane.

Luciano Manicardi

Monaco di Bose